Con «Il maestro e gli altri» in scena il mito di Strehler

Viviana Persiani

Non è possibile litigare aspramente con una persona che ci è indifferente: solo contro coloro che amiamo ci è concesso scendere in campo impugnando stima, ma anche tanta rabbia. Un po’ quello che è successo a Luigi Lunari che, dopo anni e anni di lavoro al fianco di Giorgio Strehler sulla scena del Teatro Piccolo, per alcuni contrasti, ha deciso di rompere il rapporto professionale e di amicizia che lo teneva legato al suo maestro. Con, in scena da sabato al Teatro della Memoria, il direttore della sala di via Cucchiari, Aleardo Caliari, diretto da Fabrizio Califfi, racconta un'esperienza umana, rendendo così omaggio alla scrittura di uno degli autori contemporanei più rappresentati all'estero e celebrando, nel contempo, un artista che ha vissuto in coppia con la sua arte.
È proprio Caliari, che sulla scena vestirà i panni di Strehler, a raccontare come sia riuscito a dare vita ad un testo incentrato sull’ironia, ma che non dimentica il profilo umano di un mito. «Quando nel '91 si interruppe il rapporto tra Strehler e Lunari, quest'ultimo decise di scrivere un pamphlet sul Piccolo e il suo direttore: il lavoro fece scalpore, anche perché puntando sull'aspetto ironico, Lunari si beffeggiava di Strehler e dei suoi collaboratori di spicco, dagli amministratori ai dirigenti; tipico di chi esce sbattendo la porta».
Dove ha trovato questo testo così particolare?
«Dopo aver concordato con Luigi Lunari questo appuntamento, decisi di prendere in mano la riduzione teatrale del testo che vide la luce solo a Napoli e a Parigi. Quindi, lavorando a quel testo e apportando alcune modifiche, io e Caleffi abbiamo dato vita ad una messinscena originale».
Come si è trovato nei panni di Strehler?
«Non sono mai riuscito a recitare con Strehler, anche se ho avuto l'occasione di assistere a numerose prove. Quindi da parte mia, vi è un forte coinvolgimento personale che mette in prima linea l'ammirazione e la stima che provo nei confronti di quest'uomo. Partendo da ciò, ho maturato il mio ruolo sulla scena puntando sui risvolti umani che caratterizzano una persona, quindi i pregi, ma anche i difetti».
Come appare, quindi, Strehler?
«Ho cercato appunto di umanizzare un mito che godeva della stima e del rispetto del mondo, dando voce ad un uomo di tale grandezza che faceva però a pugni con la solitudine. La prova più evidente è come lo stile del maestro sia stato abbandonato dal suo successore, preferendo metodi macchinosi e barocchi».
Cosa succede sulla scena?
«Strehler è scandalizzato perché i suoi collaboratori decidono di dare vita ad una filodrammatica per mettere in scena un testo di Brecht che, tempo prima, lo stesso direttore aveva allestito assegnando il ruolo principale a Massimo Ranieri. Chiaramente Strehler osteggia la nascita di questo gruppo, ma nonostante tutto, riesce ad andare in scena. Il trionfo è assicurato, ecco perché il maestro si mette in evidenza come se la responsabilità della buona riuscita sia sua».
Quindi, al di là della satira, un ritratto del maestro davvero amante del teatro?
«Certo che sì, sulla scena si muove un uomo legato al teatro da un amore struggente».