Il maestro ha ricevuto ieri a Stoccolma il premio Birgit Nilsson considerato il Nobel della classica

da Stoccolma

Tanti premi, per lo più impropriamente, sono stati definiti il Nobel della musica. Il Premio «Birgit Nilsson», che il maestro Riccardo Muti ha ricevuto ieri nel corso di una festosa cerimonia al Teatro dell’Opera di Stoccolma, dalle mani del re di Svezia, Carlo XVI Gustavo, per il luogo, la giuria e l’augusto consegnatario, lo è propriamente. Questo il commento a caldo del vincitore: «Sono onorato e commosso, credo mi abbiamo dato il premio per il mio impegno sociale».
La munifica donatrice, dalla quale il premio prende nome, è stata una dei più grandi soprano di tutto il Novecento, formidabile Brunnhilde, Isotta, Salome, Elettra, Turandot. Il maestro Muti ha voluto ricordare un episodio che definiamo «profetico». Da giovane direttore musicale del Maggio Fiorentino, si recò a Roma per ascoltare la grande soprano in un altro dei suoi cavalli di battaglia, Leonora nel Fidelio di Beethoven (il direttore non era da meno: Leonard Bernstein). «Presi (addirittura) un treno da Firenze per venirla a sentire cantare a Roma - scherza - e anche se ero molto giovane, per un napoletano prendere un treno, alzarsi presto... non l’ho mai più fatto nella mia vita». L’illustre premiato ha voluto sottolineare, inoltre, la probità artistica e le eccelse doti musicali e sceniche del soprano svedese, aggiungendo che la Nilsson usciva da una scuola che aveva prodotto esemplari con i quali non ha dimenticato la collaborazione: l’altro soprano d’acciaio Astrid Varnay, lo straordionario e camaleontico Nicolai Gedda, capace di affrontare per primo l’esecuzione integrale in teatro di un ruolo tecnicamente ai limiti della praticabilità come Arnoldo nel Guglielmo Tell di Rossini. Anche un «mito» vocale della sua gioventù era svedese, Jussi Björling, indimenticabile per il colore mediterraneo di una voce che pur proveniva dalla Scandinavia. Muti ha ammesso, su sollecitazione del pubblico, che «voci del calibro della Nilsson al momento non ci sono». Le ragioni? Troppe: «dall’alimentazione agli stili di vita, non escluse l’educazione musicale e il rigore negli studi e il progressivo abbandono del nostro patrimonio culturale».
È stato molto opportuno, specie nel mondo indifferente in cui viviamo, il riferimento che Muti ha voluto fare all’obbligo che noi tutti abbiamo nel far sì che la musica rimanga un valore aggregante in Europa. È sempre stato un nostro primato e abbiamo il dovere di mantenerlo. Almeno quello. Siamo pienamente convinti che il Maestro abbia ragione, dopo aver udito, qui in Svezia, l’aria di Leonora (Tacea la notte) dal Trovatore e il Va pensiero. È stato un omaggio che l’Orchestra e il Coro dell’Opera di Stoccolma (diretti dal Maestro Noseda) hanno voluto rendere a Muti. Con grande sobrietà, Muti ha risposto alle insistenti richieste sulla destinazione del milione di euro ricevuto in premio. «Anche se - spiega - lo destinerò in parte o in tutto a un progetto filantropico, resterà una faccenda privata».
Alle domande attinenti una futura Fondazione Muti, sul modello di quanto fatto dalla Nillsson, l’interessato ha replicato con scaramanzia: «Sembra che sia già morto... prima devo trovare un buon posto al cimitero». Aggiungendo che preferisce operare concretamente per far suonare e cantare musicisti di lingue e religioni differenti, da Sarajevo a Istanbul, da Nairobi a Trieste, e così via. La musica ha ancora questo potere straordinario: parlare direttamente, senza filtri.