Il maestro Mehta e quelle note dolenti, ma non stonate

Gentile Redazione, gentile direttore, sono stato lunedì al Carlo Felice al concerto di Zubin Metha, ed ho letto ieri con disappunto il pezzo in merito. Non per quello che ha scritto, che è tutto giusto, ma per quello che non ha scritto.
Ha ignorato infatti quelle che per conto mio son state le parti principali del discorso di Metha, ripresentatosi alla fine dopo tanti applausi sul podio col microfono in mano. Ha esordito dicendo che «è una vergogna che un grande Teatro come il Carlo Felice sia in queste condizioni, quando da tutto il mondo vengono in Italia per sentire le grandi orchestre come questa». E prima di chiudere ha aggiunto, con qualche esitazione (cito ancora a memoria ma è quasi testuale):
«Non vorrei dire... Il governo non dà soldi, ma questo va bene, l'importante è che non ne tolga degli altri. Anche fuori non danno soldi, nessun governo dà soldi ai teatri, ma questo va bene. Dovete darvi da fare!» - e qui ha guardato verso un punto preciso della sala, ed anche il pubblico ha guardato con aria torva in quella direzione - «il pubblico risponde (eloquente gesto verso la sala ancora strapiena) e chi ci rimette in questa situazione sono il pubblico e loro» (gesto verso l'orchestra). Capisco la necessità di sintetizzare, ma in un momento in cui si danno a Berlusconi ed al suo governo tutte le colpe del mondo (presto diranno che anche i dinosauri sono scomparsi per colpa sua) l'omissione mi sembra grave, tanto più che le parole vengono da uno dei Maestri più celebrati al mondo, profondo conoscitore del mondo musicale lirico e sinfonico sia italiano che mondiale. E venendo da noi senza cachet (anche Buchbinder) ha dimostrato di non dover nulla a nessuno e di avere a cuore la situazione.
Ma verso chi guardavano Metha e il pubblico? Personalmente non ho potuto verificare, ma mi han detto che lì c’era Marta Vincenzi.