Il maestro del neorealismo rosa che raccontò l’Italia dei perdenti

Aveva 91 anni. Diresse i più grandi attori italiani, da Sordi a Tognazzi, dalla Sandrelli a Mastroianni

Con Luigi Comencini, scomparso ieri a novantuno anni, si chiude un'altra pagina del cinema italiano. Ma anche il direttore del Festival di Cannes, Thierry Frémaux, ha commentato: «Sono molto triste». In Italia e in Francia Comencini ha infatti segnato le vite di chi ha un'età e una cultura e ciò fin dagli esordi: già al secondo film, L'imperatore di Capri (1950), Comencini dava modo a Tòtò - con Franca Valeri e Galeazzo Benti - di ridicolizzare il molesto snobismo emergente dei futuri radical chic. Del resto il Pci - area di riferimento per Comencini - era ancora quello di Togliatti e voleva i voti di operai e contadini, più che di industriali e intellettuali.
Logico che, per due film molto voluti dall'Arma come Pane, amore e fantasia e Pane, amore e gelosia, Comencini paresse il regista giusto, visto che era tecnicamente indiscutibile e politicamente complementare alla sceneggiatura di Ettore Margadonna: un'Italia rurale, povera e onesta, dove spiccano il maresciallo (Vittorio De Sica); la sua governante (Tina Pica); il parroco (Virgilio Riento); la levatrice (Marisa Merlini); la vispa pastorella detta «bersagliera» (Gina Lollobrigida); e il goffo carabiniere (Roberto Risso) che se ne innamora. Lo scambio Lollo-De Sica («Salutammo, mariscià!»; «Salutammo, bersaglié!») nel 1953 di Trieste in rivolta antiinglese esprimeva un certo patriottico militarismo.
E ancora la patria, non il disfattismo, avrebbe originato Tutti a casa (1961), ideato nel centenario dell'Unità per far confluire la Resistenza nel Risorgimento. Il film di Comencini, con Alberto Sordi, Serge Reggiani e Eduardo De Filippo, era e resta stupendo. La sintesi dello smarrimento dell'8 settembre 1943 è tutta nella telefonata dal bar alla caserma di Sordi, ufficialetto attonito: «Signor comandante, i tedeschi si sono alleati con gli americani e ci sparano addosso!».
Se Comencini avesse accettato per Tutti a casa il finale suggerito da Sordi (sbandato, il suo ufficiale si vedeva gettare un pacchetto di sigarette da un militare americano), anziché quello che è rimasto (Sordi riprende le armi contro i tedeschi), non si parlarebbe di «un grande film», ma di un capolavoro. Poiché il cinema è come il maiale, non si getta via niente, quel finale passerà al primo film che includeva nella nazione gli esclusi per fazione: Il federale di Luciano Salce, con l'autobiografico brigatista nero di Ugo Tognazzi.
Come Sordi (quattro film), come la Lollo (quattro film, incluse Le avventure di Pinocchio (1971) in tv, dove lei è la Fata Turchina), anche Tognazzi sarà poi un attore di Comencini nel Gatto (1978) e nell'Ingorgo (1979). Avevano lavorato o lavoreranno per lui anche altri grandi della commedia all'italiana: Nino Manfredi in A cavallo della tigre (1961), in Italian Secret Service (1965), oltre che nel Pinocchio; Alberto Lionello e Michele Placido in Dio mio, come sono caduta in basso! (1974), che però è soprattutto un film con Laura Antonelli; Marcello Mastroianni nella Donna della domenica (1975), tratto dal romanzo di Fruttero & Lucentini.
Perfino l'attore italiano per eccellenza del western casareccio, Giuliano Gemma, avrebbe lavorato per Comencini in uno dei rari film a rappresentare drammaticamente la condizione in fabbrica: l'operaia di Stefania Sandrelli muore intossicata da vernici: è Delitto d'amore (1974), dove Gemma pare un attendibile milanese perché doppiato da Franco Morgan.
A conferma che Comencini era un grande professionista, alla maniera di quelli di Hollywood - capaci di raccontare ogni tipo di storia - e non era catalogabile con facili approssimazioni, verrà l'innovativo Vòltati, Eugenio (1980), archetipo dei film dove una coppia sessantottarda (Dalila Di Lazzaro e Saverio Marconi) è guardata nella sua sconcertante immaturità dal figlioletto. Ma prima di Vòltati, Eugenio e delle Avventure di Pinocchio, proprio lui, il regista che aveva saputo guardare con affetto e comprensione le prostitute del dopoguerra (Persiane chiuse, 1951; La tratta delle bianche, 1952), aveva tratto un capolavoro dal romanzo di Florence Montgomery, Incompreso (1966), anche perché c'è era stato l'incontro con l'attore più grande mai stato al suo servizio: Anthony Quayle nel ruolo del console inglese a Firenze che vede morire moglie e figlioletto (Stefano Colagrande). E questo film cancellava il brutto ricordo dello scadente Il compagno don Camillo, ultimo della serie con Gino Cervi e Fernandel, un film che era stato imposto a Comencini. E i fischi di Cannes per Incompreso sono zittiti, ora, dalle poche ma sentite parole di Frémaux.