Il maestro russo e l’astrattismo in Italia

Al suo fianco 50 artisti da Lucio Fontana a Bruno Munari, da Osvaldo Licini a Gillo Dorfles

«Il professore della poesia nello spazio. Uno spazio non per i corpi, ma per la mente». Vittorio Sgarbi non ha dubbi nel celebrare la rivoluzione che Vasilij Kandinsky, maestro dell'astrattismo, ha operato in pittura. Oggi, a sessant'anni esatti dall'ultima mostra che ha ospitato i suoi lavori a Palazzo Reale, Milano omaggia il pittore russo, cosmopolita per passione e per necessità, le cui opere non lasciarono indifferenti gli artisti italiani. «Kandinsky e l'astrattismo in Italia», ha il merito di portare a Milano non solo una quarantina di opere del grande astrattista, ma di accostare il suo lavoro a quello di tanti nostri autori che negli Trenta lo conobbero o che, negli anni successivi alla sua morte, ragionarono in senso critico sul suo lascito. Centosettanta le opere proposte da oltre cinquanta artisti: da Lucio Fontana a Bruno Munari, da Osvaldo Licini a Gillo Dorfles, da Luigi Veronesi a Piero Dorazio per ricordare una felice stagione (spesso dimenticata) della nostra pittura.
Curata da Luciano Caramel, noto esperto di Kandinsky, la mostra apre i battenti il 10 marzo, con una sincronia quasi perfetta con quella che si tenne a Palazzo Reale nel gennaio del '47, in una Milano segnata dalle ferite della guerra: «Non una mostra evento, ma una riflessione sulla storia dell'arte - afferma l'assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi -: Kandinsky è un secondo Piero della Francesca, un riferimento assoluto dell'arte moderna».
Artefice del progetto, insieme al Comune, è la Fondazione Mazzotta che ha affidato a Caramel il non facile compito di costruire un'esposizione attenta a un periodo della storia dell'arte del Novecento, quella degli anni Trenta, «oscurata da una politica sciocca, ma che invece dimostra una vivacità culturale forse maggiore di quella di oggi», come afferma Gabriele Mazzotta. E se non è casuale l'attenzione all'astrattismo (vedi il successo di Mondrian orchestrato da Marco Goldin a Brescia) la scelta di Milano è quanto mai azzeccata. Oltre alla citata mostra del '47, è la Galleria milanese del Milione a ospitare nel '34 acquarelli e disegni di Kandinsky prima che nel 1950 la Biennale di Venezia gli dedicasse una retrospettiva. Accanto ad alcune delle opere allora esposte in Italia e alla celebre «Composizione VII», saranno in mostra olî su tela (tra cui diversi lavori di stanza al Centre Pompidou) realizzati da Kandinsky negli anni Trenta, quando insegnava al Bauhaus in Germania, e altri del periodo parigino, fino alla morte avvenuta nel '44. Come sostiene Caramel, è «il dialogo fertile, tutt'altro che pacifico, con il panorama italiano» il fil rouge che regge l'esposizione suddivisa in due sezioni: nella prima, quella degli anni Trenta, vi sono opere dell'astrattismo milanese e comasco; la seconda illustra invece il lavoro di coloro che, fino agli anni Cinquanta, non hanno potuto evitare il confronto con il maestro russo. Lasciati da parte nomi degli artisti e cartellini dei quadri, consigliamo di godere la mostra per ciò che è: un'ode alla pittura che, rinunciando alla mimesi, diviene specchio del nostro spazio interiore.