Un maestro severo che ha ispirato il cinema del ’900

Scomparso a ottantanove anni, Ingmar Bergman è stato per il cinema ciò che Martin Heidegger è stato per la filosofia: il “nazista” e il più grande. Un Leone e una Palma alla carriera, più tre Oscar e Leoni, Palme e Orsi d'oro ai suoi film dicono che il mondo della cinematografia è meno inquisitorio che il mondo della filosofia: dopo un decennio, dimentica una guerra non combattuta - la sua Svezia era neutrale - ma comunque «sentita» dalla parte dei vinti. Dimentica anche l'Hitlerjunge Bergman, volontario come l'Hitlerjunge Quex del film di Steinhoff. Come Heidegger, Bergman ha taciuto su quei giorni e, se da adulto se ne allontanò, non fu nella direzione auspicata dall'opinione prevalente. Approfondì, caso mai, la critica del nichilismo, includendovi anche il nazismo. Anche qui, come Heidegger. E quando Bergman girò L'uovo del serpente (1977), non si giustificò, accusò. Accusò il regime di Weimar, dunque il trattato di Versailles: loro avevano provocato il nazismo, le cui vittime sarebbero state - fra le altre - ebrei come i due personaggi del film. Allora perché definire Bergman nazista fra virgolette, anziché senza? Perché l'antiebraismo, palese ancora nel 1949 di Sete (incluso nel dvd dell'Estate di Monica), aveva poi perso ogni senso, dato che i cristiani si comportavano ora come gli ebrei. Consapevolezza che non è stato il solo ad avere: un grande bergmaniano è stato ed è Woody Allen...
Del rapporto con la fede, molto sentito perché il padre era il pastore alla Corte di Stoccolma, Bergman aveva nostalgia solo per un passato pre-protestante: per l'età delle crociate. Da esse torna il cavaliere von Bock (Max von Sydow) del suo film più famoso, Il settimo sigillo (1956, premio speciale della giuria a Cannes). Lui ha perduto ogni illusione, quindi è lucido davanti alla Morte personificata (Bengt Ekerot) e la sfida a scacchi. Sa di perdere, ma dà modo ai saltimbanchi - la sua stessa categoria - di sfuggire al destino. Morale: il cavaliere muore, il cinema resta.
Vent'anni dopo le Olimpiadi di Berlino, dieci anni dopo il rogo di Berlino, Bergman ha dunque sublimato le sue idee e l'esteriorità soccombe all'interiorità. Del resto Bergman ha cominciato presto a guardare alla vecchiaia (Il posto delle fragole, 1957, Orso d'oro), in una marcia d'avvicinamento conclusasi ieri nell'isola baltica, dove si era ritirato e dove aveva girato Sarabanda, ultimo suo film (2003), che pochissimi in Italia hanno visto. L'opera di un vecchio, tormentato dalla libidine che non può soddisfare? Certo, ma Bergman confessava, severo con se stesso quanto con gli altri, mai all'altezza del Dio tenebroso che gli era stato introiettato. E ciò veniva colto da altri registi che, quanto a passioni, non scherzavano. Il manifesto che Jean-Pierre Léaud strappa dalla vetrina del cinema, nei 400 colpi di François Truffaut, è quello di Monica e il desiderio (1950), apologo panico che in Italia si è visto integrale solo ora, in dvd. Idem per Sorrisi di una notte d'estate (Palma d'oro, 1955).
Meno problematico sarà il rapporto di Bergman coi censori dalla metà degli anni Sessanta. Il volto (1963) e Persona (1966) parevano contenere innominabili segreti al vostro futuro critico, poiché l'età per vederli saliva parimenti alla sua, lasciandolo sempre fuori dal cinema. Alla fine, quando ormai quasi tutto era permesso al cinema e fuori, meno il buon gusto, quei film parvero una delusione. E l'erotismo dei personaggi di Bergman non era più solare, come quello della leggendaria Monica; era diventato gelido, desolato e ciò proprio quando la rivoluzione sessuale pareva offrire a chiunque piacere non solitario e non mercenario.
Liberazione dei costumi e declino del richiamo dei film di Bergman coincisero. Che inaugurava un'altra epoca, quella dei ricordi infantili di Fanny e Alexander (1982), dove l'ebreo era il buono, che risolveva l'angoscia protestante, inflitta dal padre pastore al piccolo protagonista. Ma aleggiava sempre, nei suoi film, la morte, recitata ma anche reale, quella che già insidiava durante le riprese Ingrid Bergman - non erano parenti - di Sinfonia d'autunno (1978), dove un'artista si confronta con la figlia (ancora la Ullmann), che le rimprovera d'averla dimenticata.
Ora che Bergman è nel Walhalla dei grandi nordici, qualcuno di questi film tornerà in tv: li guarderanno ex ragazzi che, davanti ai flani pubblicitari bergmaniani, si chiedevano quali misteri celasse la vita. Scopriranno che qualcuno aveva cercato, invano, di avvertirli dei sentieri da evitare.