Mafia, assoluzione per Dell’Utri. Dopo 12 anni

La Corte d’Appello di Milano rigetta il teorema dei pm: non ha mai
tentato di estorcere denaro con un boss di Cosa Nostra. La soddisfazione
del senatore Pdl: "Ristabilita la verità. Questa sentenza rimette in
discussione anche il processo di Palermo"

Milano - «C’è poco da fare festa, dopo dodici anni di palate di fango si è ristabilita semplicemente la verità. E pensare che i pm avevano persino chiesto al Parlamento di arrestarmi per questa cosa, una cosa che non esisteva, un reato che avrei commesso insieme a gente che non ho mai conosciuto...». Non è un Marcello Dell’Utri in vena di euforia, quello che ieri sera commenta la sentenza della Corte d’appello di Milano che lo ha assolto «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di tentata estorsione.

Ma il senatore del Pdl, nel suo fatalismo palermitano, un elemento positivo nella decisione dei giudici milanesi lo trova. È la convinzione, segnalata dai suoi difensori, che questa sentenza possa tornare utile davanti ai giudici della Cassazione che in autunno decideranno il suo destino per la più grave delle imputazioni a suo carico: quella di concorso esterno in associazione mafiosa, per cui la Corte d’appello di Palermo lo ha condannato a sette anni e mezzo. Solo il vaglio della Suprema Corte separa Dell’Utri dalla prospettiva di dover espiare la pena come Totò Cuffaro. «Sul processo di Palermo - dice il senatore - pesavano due macigni: uno era quello per il caso Cirfeta (la presunta calunnia ad alcuni pentiti, ndr), l’altro era questo per estorsione. Sono stato assolto per entrambi. E allora forse un po’ di speranza posso averla».

Il processo che ieri approda all’assoluzione di Dell’Utri e del boss mafioso Vincenzo Virga - già condannato all’ergastolo per l’omicidio del giornalista Mauro Rostagno - ha avuto un percorso lungo e tormentato. Tutto nasce dalle dichiarazioni nel 1999 di un ex senatore repubblicano, Vincenzo Garraffa, allora presidente della Pallacanestro Trapani, che in una intervista all’Espresso accusa Dell’Utri di avere cercato di spillargli metà della sponsorizzazione ottenuta dalla Birra Messina: e di essersi fatto aiutare dal mafioso Virga. «Dell’Utri mi disse: abbiamo gli uomini ed i mezzi per convincerla a pagare». Garraffa non pagò. «Ma per vendetta Dell’Utri mise il veto alla mia partecipazione al Costanzo Show, che era già fissata».

La Procura di Palermo chiede l’arresto di Dell’Utri, ma si scontra con il parere negativo del Senato. Poi l’inchiesta dalla Sicilia viene spedita per competenza territoriale a Milano, e diventa anche un tassello del processo a Dell’Utri per associazione mafiosa. Il taglieggiamento di Garraffa, per i pm milanesi e palermitani, è la prova provata della mafiosità dell’ex amministratore delegato di Publitalia. A Milano Dell’Utri e Virga vengono condannati a due anni di carcere, poi la Cassazione annulla tutto e a questo punto la faccenda si ingarbuglia, i giudici a Milano cambiano l’imputazione e dichiarano tutto prescritto ma anche stavolta la Cassazione annulla. Intanto gli anni scorrono. E si arriva al nuovo processo.

In aula, a rappresentare l’accusa, il procuratore generale Isabella Pugliese: che va giù piatta, chiede che venga ribadita la condanna di Dell’Utri annullata dalla Cassazione, e che al senatore azzurro vengano negate le attenuanti generiche. Per motivare la richiesta cita la sentenza palermitana per mafia: «questo era l’ambiente in cui si muoveva Dell’Utri», dice. E i legami di Dell’Utri con Cosa Nostra, per l’accusa, vengono dimostrati proprio dall’entrata in scena del boss Virga, che interviene nell’estorsione «per far vedere che la mafia era interessata al rapporto tra Publitalia e Garraffa».

Ribattono i legali del senatore: «Non c’è né una minaccia, né un tentativo di estorsione nei confronti di Garraffa». I contatti tra il presidente della Pallacanestro Trapani e il boss Vincenzo Virga, dicono, non hanno nulla a che fare con Dell’Utri: «i due avevano una frequentazione assidua e un rapporto amicale», «Garraffa sapeva che Virga era un mafioso sin dagli anni Ottanta e ha continuato a frequentarlo fino al 1993».

Alle 14, dopo quattro ore di camera di consiglio, la Corte d’appello presieduta da Marta Malacarne - applicando il secondo comma dell’articolo 530, la vecchia insufficienza di prove - assolve Dell’Utri e Virga «perché il fatto non sussiste». Non ci fu alcuna estorsione, insomma. Il grande accusatore Garraffa si indigna: «è una vergogna». Dell’Utri: «Dovrebbe pur servire a qualcosa».