La mafia che perde la faccia

La moglie di Riina chiede i danni per il «Capo dei capi» ma ha vergogna di mostrarsi a «Striscia»: è già qualcosa

Si dirà: ci vuol altro che una intemerata di Stefania Petyx - brillante inviata di Striscia la notizia con annesso bassotto - alla moglie di Totò Riina, per far sperare che la mafia abbia i giorni, o i mesi, o gli anni contati. Sì, ci vuole altro: ma questo intanto è un buon segnale. In una strada innominata e in una Corleone deserta - la scenografia era quella tradizionale dell’omertà siciliana - la Petyx s’è rivolta ad alta voce, davanti a una porta chiusa, a Ninetta Bagarella in Riina: che ha chiesto i danni agli autori della fiction Il capo dei capi per il danno arrecato all’immagine sua e della famiglia. «Dovremmo essere tutti noi - ha detto l’inviata mentre il bassotto annuiva - a chiedere i danni... Non avete idea quante volte nella vita ci siamo sentiti dire mafiosi per il fatto di essere siciliani». La scena sarebbe risultata ancora più bella se, come accade in qualche film, una piccola o grande folla si fosse pian piano raccolta attorno alla telecamera puntata, e avesse applaudito le parole di Stefania Petyx. Invece solo il bassotto. Pazienza.
D’accordo, niente sogni a occhi aperti nonostante la ribellione d’alcuni imprenditori al pizzo, nonostante le prese di posizione della Confindustria in sede nazionale e in sede locale, nonostante catture importanti (ma sembra che i vuoti siano presto colmati). La mafia è una struttura criminale, sociale, ambientale dalle radici robuste e per estirparla non basteranno né i cortei benintenzionati - che durano qualche ora - né gli spiegamenti di lenzuola bianche, né le fiere dichiarazioni delle Alte Autorità. Siamo stati troppe volte delusi nel vedere che, dopo un breve slancio anti-Cosa Nostra, tutto ripiombava nell’inerzia torpida e in fin dei conti complice di tanti, di troppi; e che i proclami annuncianti successi epocali nella lotta alle cosche ne ricalcavano altri susseguitisi nel corso di mezzo secolo e passa. Siamo vaccinati contro l’ottimismo.
Ma pur con tutto il possibile scetticismo, incentivato dalle indulgenze d’una giustizia che ha le porte girevoli come quelle d’un Grand Hotel, dobbiamo riconoscere che qualcosa si muove, che i sintomi d’una minore accettazione, in sede nazionale e in sede locale, del fenomeno mafioso come calamità naturale, sono sempre più evidenti. Sono trascorsi parecchi anni ed è stato versato tanto sangue, da quando politici e magistrati importanti negavano, a difesa del buon nome siculo, che la mafia esistesse. La televisione è onnipresente, incombente e con alcuni suoi squallidi personaggi devastante. Ma ben venga la tv se in un vicolo dell’emblematica Corleone sfida non una donna cui si deve rispetto, ma una Onorata Società che più disonorata non potrebbe essere.
Personalmente penso, anche a costo di contraddire gli esperti del ramo, che l’attuale pausa negli ammazzamenti di servitori dello Stato nonché nelle intimidazioni spavalde sia confortante. C’è chi attribuisce a queste bonacce una valenza negativa. La mafia se ne sta quieta - questo il ragionamento - se è così potente da non dover ricorrere né alla lupara né al mitra né alla carica di esplosivo. Dunque non fa stragi perché è in piena salute. La tesi, che non mi convince, reggerebbe meglio se non fosse contraddetta da gridi di «la mafia può tutto, è padrona» allorché imperversano gli attentati. Mi pare che tutto sommato sia preferibile vederla non dico in sonno, ma almeno in attesa.
Ci piacerebbe, è ovvio, che fosse tolta di mezzo definitivamente, e da questo siamo ancora lontanissimi. Ma una mafia che perde la faccia - e ultimamente l’ha perduta in più occasioni - può essere al tramonto. A Corleone Ninetta Bagarella la sua faccia non l’ha mostrata, di fronte alla provocazione televisiva. È già qualcosa.