«La mafia fa sempre più affari Il governo scorda Cosa nostra»

Intervista al pm palermitano Ingroia, allievo di Borsellino che denuncia: "La mafia degli affari è sempre più forte. Produce fatturati sempre più alti e utili sempre più elevati. Roma è lontana da Palermo e in assenza, per fortuna, di delitti eccellenti, ci si scorda di Cosa nostra. Ci vorrebbe un impegno sul piano legislativo che non si vede"

Milano - La mafia militare è sempre più debole. La mafia economica è sempre più potente. Può sembrare un paradosso, è la realtà vista dall’ufficio di Antonio Ingroia, Pm palermitano in prima linea nella lotta a Cosa nostra. Allievo di Borsellino, Ingroia ha condotto indagini e processi delicati e controversi: da quelli contro Marcello Dell’Utri e Bruno Contrada a quello, in corso, per il sequestro di Mauro De Mauro.
Dottor Ingroia, cosa è cambiato dopo la cattura di Bernardo Provenzano?
«Cosa nostra sta cambiando pelle. L’epoca dei corleonesi, feroci e spietati, è finita. E lo Stato, su questo versante, si è speso con ottimi risultati. Uno a uno i grandi boss sono stati catturati e oggi, oggettivamente, Cosa nostra non ha più il controllo del territorio come in precedenza».
Palermo si sta liberando dalla grande criminalità?
«Sarei molto cauto. Diciamo che il quadro è cambiato. Un sequestro come quello del povero Pietro Licari, rapito da due balordi a Partinico e ucciso in fondo a un pozzo, sarebbe stato inimmaginabile solo dieci anni fa. E probabilmente dieci anni fa la mafia sarebbe arrivata a punire i due banditi prima dello Stato».
Perché allora parla di scenario contraddittorio?
«Perché invece la mafia degli affari è sempre più forte. Produce fatturati sempre più alti e utili sempre più elevati».
Il pizzo?
«Cosa nostra si è fatta più accomodante, apparentemente più ragionevole. A Palermo tutti i commercianti pagano, ma pagano meno. E in questo modo si disincentiva la ribellione. Ugualmente negli appalti locali la presenza di Cosa nostra è sempre più ingombrante».
Vuol dire che la società e la politica siciliane convivono in qualche modo con Cosa nostra?
«Esatto. Questa coabitazione si declina in vari modi, tutti compresenti: si va dalla connivenza alla dimenticanza, dal disinteresse all’assuefazione».
A livello nazionale?
«È un po’ lo stesso discorso. Roma è lontana da Palermo e in assenza, per fortuna, di delitti eccellenti, ci si scorda di Cosa nostra».
Sono stati ammanettati boss di prima grandezza.
«Ma purtroppo Cosa nostra non è sconfitta. Tutt’altro. Ci vorrebbe un impegno sul piano legislativo che non si vede. Nella scorsa legislatura non si è fatto nulla per contrastare la mafia sul piano normativo, anzi gli interventi sono tutti andati in direzione opposta creando un clima di sfiducia nei confronti dei magistrati».
Oggi?
«Nulla di diverso all’orizzonte. Aspettiamo un segnale di discontinuità che per ora non c’è. Anzi, Prodi si è dimenticato della giustizia e di Cosa nostra nei 12 punti con cui ha rilanciato il suo Governo. Di fatto l’unico provvedimento approvato finora, a parte alcuni lodevoli impegni sul piano verbale del premier, è l’indulto che certo non ci dà una mano».
Il capo della Procura Francesco Messineo e il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso litigano su tutto. Lei con chi si schiera?
«Non entro nella polemica. Mi pare che il nuovo modello organizzativo voluto da Messineo sia un passo in avanti».
Chi comanda ora nella mafia?
«Io penso ci sia una diarchia composta da Matteo Messina Denaro e Salvatore Lo Piccolo. Forse non esiste nemmeno più la commissione, ovvero una riunione periodica dei principali boss. Però scopriamo tesori enormi in Svizzera, in Lussemburgo, a Montecarlo. Oggi il primo obiettivo è neutralizzare i colletti bianchi che riciclano i capitali. Per questo dal 1º marzo a Palermo è stato creato un dipartimento per la lotta alla criminalità economica mafiosa che ha bisogno di aiuti e risorse. Per ora, però, l’importanza di questa mossa sembra essere sfuggita alla classe dirigente».
I magistrati lamentano anche un allentamento del 41 bis.
«Il carcere duro ha funzionato solo all’inizio. Il problema non è umiliare i detenuti con un trattamento disumano, ma tagliare i fili che legano i boss a chi è fuori».