«La mafia fermò le stragi solo per una lite tra clan»

La strategia stragista che tra il 1992 e il 1993 provocò la morte di diecine di persone, tra magistrati, poliziotti ma anche cittadini comuni, terminò per un «dissidio» tra il boss Leoluca Bagarella e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. A ribadirlo ieri in aula è stato il pentito di mafia Giovanni Brusca, nel corso del processo a carico del generale dei carabinieri Mario Mori, accusato con il colonnello Mauro Obinu di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.
«Se non fosse stato per quei dissapori - ha detto Brusca - le stragi sarebbero continuate. Ma Bagarella si schierò con Tullio Cannella e i Graviano si allontanarono, hanno preferito chiudere tutti i contatti e i rapporti con Bagarella. Me lo spiegò Matteo Messina Denaro. Ecco perchè i Graviano fecero un passo indietro sulla strategia stragista, in particolare al Nord».
Con la sua deposizione al processo Mori, la seconda nell’arco di cinque mesi, l’ex boss Giovanni Brusca ha ripercorso di fronte alla Corte il periodo compreso tra la strage di Capaci, e quella di via D’Amelio. Proprio in quel lasso di tempo, «Ù verru» avrebbe appreso della presunta trattativa avviata tra la mafia e lo Stato. Un fatto lasciatogli intendere direttamente dal numero uno di Cosa nostra, Totò Riina, che Brusca incontrò in più volte tra Palermo e Mazara del Vallo.
Brusca inoltre ha riferito di come all’epoca esistesse una lista di esponenti politici da eliminare. «Fra loro c’erano i nomi dell’onorevole Mannino e dell’onorevole Vizzini. Ma poi arrivò l’alt da Totò Riina, che mi disse che c’erano altre priorità».