Mafia, indagato il senatore Fuda

L’ex presidente della Provincia di Reggio Calabria, accusato di concorso esterno, si difende: «Sono sereno»

nostro inviato

a Reggio Calabria

Gira intorno a un business da 200mila euro l’inchiesta su Maria Grazia Laganà, vedova Fortugno, deputato dell'Ulivo nonché componente della commissione parlamentare antimafia. Per l'ex vicedirettore sanitario della Asl 9 di Locri che quest'oggi in conferenza stampa dirà la sua sull’avviso di garanzia per truffa aggravata ricevuto dalla Dda di Reggio Calabria in merito alla fornitura di attrezzature sanitarie al presidio ospedaliero sciolto per mafia, si tratta di un colpo durissimo. Che arriva «telefonato», secondo le sue stesse parole, in quanto un esponente del suo schieramento politico le avrebbe preannunciato per tempo l'invio del riservatissimo atto giudiziario. Chi sia il personaggio misterioso che vanta così buone conoscenze in procura, non è dato sapere. È invece noto che l'affondo contro i magistrati reggini iniziato mesi fa dalla stessa consorte del vicepresidente del consiglio regionale ucciso dalla ’ndrangheta, sia proseguito con altri parlamentari del centrosinistra. Il primo è stato Lumia, dei Ds, a ruota molti altri.
Ufficialmente la procura si dice serena, in realtà non nasconde una certa irritazione per gli attacchi violentissimi. La vedova ancora ieri precisava «di non avere mai effettuato né sottoscritto alcun ordine di acquisto e di non aver mai avuto alcuna competenza funzionale in relazione ad acquisti o appalti». E sugli inquirenti: «Non c'è alcuna competenza della Dda reggina in quanto la stessa Dda neanche ipotizza nell’avviso la ricorrenza dell’aggravante di cui all’articolo 7 della legge antimafia. L’avviso è sottoscritto dagli stessi tre magistrati che ho ripetutamente criticato per il non soddisfacente approfondimento delle indagini relative all’omicidio di mio marito».
Attacchi che partono da lontano, e che si sono intensificati allorché la signora Laganà dopo esser stata a lungo interrogata a Reggio preferì rivolgersi a un magistrato di Catanzaro per raccontare alcune vicende che, di fatto, spostavano la ricerca dei mandanti eccellenti nel centrodestra anziché nella «famiglia» politica di appartenenza di Fortugno.
E proprio da Catanzaro, in queste ore, rimbalza su Reggio la notizia dell'iscrizione sul registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa di un altro pezzo da novanta della politica calabrese: l’ex presidente della provincia di Reggio Calabria, Pietro Fuda, transfuga nel novembre 2005 dal centrodestra al centrosinistra attraverso il Partito Democratico Meridionale di Agazio Loiero. Da qui, alle politiche del 2006, Fuda è stato candidato ed eletto al Senato con la Lista Consumatori benedetta dal presidente della Regione. Noto per il «comma Fuda», norma che avrebbe ridotto i termini di prescrizione per i reati contabili, il senatore Fuda - braccio destro in Calabria del sottosegretario alle Infrastrutture Luigi Meduri (Margherita) - risulta indagato sin dal 3 novembre 2004 (ultima proroga giugno 2006) dalla Dda di Catanzaro insieme ad altri colleghi passati con lui dal centrodestra al centrosinistra, eppure la notizia della sua iscrizione non è trapelata al contrario di quella degli onorevoli di An, Angela Napoli e Giuseppe Valentino (poi completamente scagionati) coinvolti in uno dei filoni giudiziari che hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio per Amedeo Matacena di Forza Italia, e Paolo Romeo, ex Psdi. Su Fuda, in particolare, convergerebbero intercettazioni ambientali e telefoniche riassunte nell’informativa del 18.12.2003 della Squadra Mobile sul famoso «caso Reggio».
Interpellato dal Giornale, Fuda si dice sorpreso. Il suo sfogo: «Ho avuto modo di leggere tutte le intercettazioni ed effettivamente risulto in alcune di queste conversazioni. Ma le mie considerazioni sono prettamente di carattere politico. È vero che per tre volte mi sono recato nello studio dell'avvocato Romeo, ma non è mai emerso nulla di penalmente rilevante. In questi anni non ho mai ricevuto avvisi di garanzia né da Catanzaro né da Reggio, dove una parte dell’inchiesta so esser stata trasmessa come stralcio. Mi auguro solo che la magistratura, se vuole fare veramente chiarezza su tutte le questioni oscure della Calabria, tiri fuori tutte le intercettazioni e non solo una parte. Comunque io sono, e resto, estremamente sereno e fiducioso».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it