La mafia nigeriana che beve sangue

Arrestati a Brescia i capi della cupola che agiva in tutta Italia. Lagos avvisò Roma: "Sono senza scrupoli"

Brescia - E' un fenomeno criminale nuovo, occulto, orrendo. Bande di nigeriani feroci che controllano i loro affari sporchi con asce e machete, costringono gli affiliati a bere sangue, regolano i conti con spedizioni punitive dove non si sparano pistolettate ma si tagliano mani e braccia. Un mondo sommerso fatto di confraternite esoteriche che spacciano droga, gestiscono la prostituzione, rubano, stampano documenti falsi (passaporti e carte di soggiorno), clonano carte di credito con cui comprano biglietti aerei e ferroviari per organizzare tratte di clandestini. Procura e squadra mobile di Brescia hanno ricostruito le attività di un'organizzazione ben radicata nella Lombardia orientale: sei sono i nigeriani arrestati, tre i ricercati, altri ancora denunciati a piede libero. Le ramificazioni di queste gang nere si estendono in tutto il Nord Italia.

A Brescia la squadra mobile guidata dal dottor Carmine Grassi aveva scoperto questo fenomeno occulto nel 2005. Avevano notato una recrudescenza di strani episodi: liti, scontri, ferimenti a colpi di coltello, minacce con armi da fuoco, addirittura mutilazioni, tutto all'interno dei clan nigeriani. Gli inquirenti entrano in contatto con un mondo insospettato, che qualche tempo prima il governo nigeriano aveva segnalato alle forze dell'ordine italiane indicando come nuclei di radicamento le città di Torino, Padova e Verona. A Torino il procuratore Guariniello arresta 12 persone. A Brescia comincia un'inchiesta lunga e difficile, fatta di intercettazioni, pedinamenti, controlli, ma soprattutto una delicata opera per convincere alcuni nigeriani a uscire dal giro.

La realtà che lentamente emerge è sconcertante. Gruppi nati in Nigeria come confraternite studentesche per l'aiuto reciproco si erano trasformate in spietate bande criminali su base etnica. Dichiarate fuorilegge in Africa, si sono impiantate in Europa attraverso i flussi dell'immigrazione clandestina. Associazioni segrete che hanno preso in mano il mercato della droga e della prostituzione. E che praticano riti di iniziazione occulta quando accolgono nuovi affiliati. I neofiti si praticano dei tagli sulle braccia: il sangue uscito viene mescolato ad acqua e alcol per ottenere una mistura rituale che ogni adepto deve bere. L'ingresso nella società segreta consente, a seconda del grado gerarchico in cui si viene collocati, di cominciare a usare il gergo iniziatico, apprendere le parole d'ordine, indossare capi di abbigliamento di un colore speciale (berrettini, felpe, sciarpette di un azzurro piuttosto carico) vietato a chiunque altro, pena violente ritorsioni.

A Brescia comanda il clan degli Eiye (occhio, in nigeriano), contrapposto ad altre ramificazioni come i Black Axe diffusi a Torino e in Veneto, o i Sea Dogs, i Pirati, i Bucanieri, e altri ancora: tutti ugualmente sanguinari. Verso la fine del 2005 la squadra mobile riesce a sventare una spedizione punitiva (che nel gergo criminale delle bande viene chiamata "parade") contro i Black Axe di Verona. Rappresaglia sventata a Sommacampagna: un posto di blocco ferma l'auto su cui viaggiavano gli Eiye, nel bagagliaio avevano un'ascia e un coltellaccio destinato a essere usato come machete. Un'altra "parade" viene impedita in una discoteca bresciana, dove un nigeriano senza averne diritto aveva avvicinato una connazionale affiliata agli Eiye.

Si delinea il quadro delle attività criminali. E si capisce anche che l'affiliazione non avviene - come nelle cosche mafiose - attraverso i rapporti familiari o la cooptazione. Qui sono i capo-clan a individuare i nigeriani ritenuti adatti e a costringerli ad aderire. L'affiliazione costa 600 euro ed è una schiavitù a vita. Solo la collaborazione di immigrati decisi ad affrancarsi ha consentito di fare luce sulle organizzazioni. Ieri il procuratore di Brescia Giancarlo Tarquini, il pm della Dda Paolo Savio, il questore Gaetano Chiusolo e il capo della Mobile Grassi hanno annunciato i sei arresti (quattro in città, uno a Torino e l'ultimo ad Aversa). Ma le indagini continuano.