Mafia, le primarie dei boss per scegliere il capo dei capi

Nelle intercettazioni le trame per le "elezioni" della nuova Cupola. Due le proposte: "consiglio" vecchio stile o "federalista"

di Giammarco Chiocci e Stefano Zurlo

Dal 1993, dall’arresto di Totò Riina, Cosa nostra non ha più avuto un capo. Le regole sono rimaste le stesse, ma la Commissione provinciale ha smesso di operare; anche Bernardo Provenzano ha gestito l’organizzazione senza un’investitura formale. Poi, l’11 aprile 2006 pure lui è stato arrestato e gli equilibri sono saltati. Ora le diverse anime della mafia discutono sul da farsi: le riunioni, i progetti, le mediazioni si susseguono senza sosta, come dimostrano le intercettazioni che hanno portato ai 99 fermi di ieri. Cosa nostra non sarà un partito ma è una macchina complessa. Due linee di pensiero si affrontano: c’è quella verticistica, tradizionale, che punta ala rivitalizzazione della Commissione provinciale, e un’altra, più federalista, in cui in sostanza ciascuno si faccia gli affari suoi, impersonata dal capo mandamento di Porta Nuova, Gaetano Lo Presti.
Lo scontro che trova due possibili interpreti: Benedetto Capizzi, capo mandamento di Santa Maria del Gesù, ma anche astro nascente e possibile capo dei capi, e Gaetano Lo Presti che si oppone al suo progetto e alla sua ascesa. Le discussioni, andate avanti fino a pochi giorni fa, passano per una riunione, che non si terrà, di tutti i capi mandamento di Palermo, una quindicina. Sono un po’ le primarie di Cosa nostra. Per ricostruire la Commissione, obiettivo anche del superlatitante Matteo Messina Denaro.
L’AMLETICO PROVENZANO
C’è da dirimere un bel problema: il ritorno degli «scappati» dagli Stati Uniti. C’è chi è favorevole, e chi come il boss Antonino Rotolo è contrario perché teme che gli Inzerillo, una volta in Sicilia, si abbandonino a vendette dopo gli anni dell’esilio. Toccherebbe a Provenzano sciogliere il nodo, ma i pizzini, sequestrati dopo il suo arresto e quello di Salvatore Lo Piccolo, ci dicono che anche lui è in difficoltà. Non ha avuto il potere formalmente, come Riina a suo tempo. E dunque Provenzano scrive a Lo Piccolo in un pizzino assai ambiguo, senza schierarsi, ma cercando l’accordo di tutti: «Io vi prego se possiamo trovare un accordo tutti insieme quelli che siamo fuori e là dove è possibile risolviamo le cose con la responsabilità di tutti... il mio fine è di evitare di poterci accusare l’uno con l’altro là dove ci fosse qualcuno che potesse chiedere conto di alcune cose». Provenzano non bluffa: «Io posso dare consigli, ordini non ne posso dare». Le ferree regole gerarchiche valgono per tutti, pure per lui.
Antonio Rotolo non si dà per vinto e gli risponde per le rime. Per lui, gli Inzerillo non possono tornare in Sicilia, «perché all’epoca fu deciso che se ne dovevano stare in America e siccome fu stabilito dallo zio Totuccio R. ed inoltre anche se arrestato è sempre lui il capo commissione, di lasciare il discorso come all’epoca fu stabilito». Poi vengono tutti ammanettati: Provenzano, Rotolo, Lo Piccolo. E l’organizzazione, decimata, cerca di risollevarsi.

CENTRALISTI E FEDERALISTI
Il 6 maggio 2008 Giuseppe Scaduto, capo mandamento di Bagheria, Adelfio Giovanni, capo mandamento di Santa Maria del Gesù e suo padre Salvatore discutono sui progetti di restaurazione di Cosa nostra. L’obiettivo lo spiega con enfasi Scaduto: «Rifondare la nostra cosa». E sempre Scaduto mette in guardia dai rischi di un modello troppo leggero, federalista, o per chi è più attento alla geografia criminale, simile a quello del network camorristico campano: «Ma se noi facciamo ognuno per conto nostro... come sono i napoletani... se noi altri facciamo come fanno loro non abbiamo dove andare».

NO A CAPIZZI
Ricostituire la Commissione provinciale. Non solo: Benedetto Capizzi potrebbe diventarne il numero uno. Ma Lo Presti non è d’accordo: Capizzi non può autoproclamarsi capo. Il 15 novembre scorso, un mese fa, c’è l’ennesima riunione. Giuseppe Scaduto va al sodo: «Facciamo una specie di commissione... scegliamo cinque o sei cristiani, i capi mandamento, li prendiamo, si siedono e facciamo una specie di commissione». Ma sempre Scaduto, dialogando con Antonino Spera sintetizza il problema: Lo Presti non vuole accettare la leadership di Capizzi. E per farlo gioca una carta: non si sa se Capizzi sia stato scelto da Riina. Così Lo Presti blocca tutto: «Loro il discorso di Benedetto non lo vogliono accettare perché lui non è autorizzato... gli abbiamo chiesto chi è che l’autorizza e non vuol dire niente».

LE PRIMARIE
Non si sa se Capizzi abbia avuto l’investitura da Riina. E allora Antonino Spera e Sandro Capizzi decidono di convocare una riunione cui pateciperanno tutti i 16 capi mandamento. Spiega Capizzi: «Noi qua dobbiamo andarci a chiarire il discorso da chi è autorizzato... 16 mandamenti... quali sono quelli contrari. Voi due? Basta e a posto». Si voterà, non si voterà, si chiarirà se Riina abbia indicato Capizzi come suo successore. Così i carabinieri ascoltano l’elenco con i nomi dei boss e individuano la nomenklatura di Cosa nostra.

RIINA JUNIOR STIA FUORI
Giuseppe Riina, figlio di Totò, vorrebbe entrare negli affari. Ma Antonino Spera e Giuseppe Scaduto sono categorici: stia alla larga. Spera è deciso: «Il figlio del Corto è a casa con l’obbligo di non uscire, di non andarsi a mischiare e se si va a mischiare fuori c’è l’ordine di Rosario (Lo Bue, ndr) di trattarlo male ai fini che se ne torna là... adesso vado da sua madre che siamo cugini...» «Ci mancano le palle a sua madre», replica Scaduto. E Riina junior chiede lavoro al Nord.