La mafia secondo Dacia Maraini

Un suggestivo racconto della scrittrice, un'intervista e una scelta di articoli ripercorrono le idee e invitano a non abbassare la guardia nella lotta all'onorata società

Il prezzo vale il racconto. Dacia Maraini sa entusiasmare anche con poche pennellate. Rari tocchi di penna che hanno il gusto e il sapore della poesia, quella che alimenta il sentimento e scatena la rabbia. Quella che custodisce il rimpianto e nutre il rammarico. Parla di mafia la Maraini, e non è la prima volta. Stavolta lo fa però in modo inconsueto: un racconto di dimensioni ridotte ma suggestivo, toccante, appassionante anche per chi con la Mafia ha avuto la fortuna di non avere a che fare. Il racconto di una madre che visita la tomba del figlio, un pentito che l'onorata società ha punito secondo le sue inconfessabili e incomprensibili leggi: la morte.
È il racconto di un figlio bambino cresciuto alla svelta, troppo alla svelta per essere già finito dove l'immaginazione comune ci porta «il più tardi possibile». È il garbo di Dacia, è la Maraini più abile. La stessa che in altre pagine di altri libri ha sedotto e per fortuna non abbandonato. Tanto è vero che ritorna. Ed è la Maraini che vorremmo sempre, che non ci stanchiamo di leggere e che ci fa chiudere l'ultima pagina con la commozione assassinata in fondo al cuore per non lasciare trasparire i sentimenti.
Un cammeo, insomma. Purtroppo l'unico e questo è il peccato. «Sulla mafia» (Giulio Perrone editore, pp. 96, 9 euro) vale il prezzo per quelle pagine raffinate, il resto è retorica o qualcosa che vi si avvicina molto. L'intervista che chiude il libro, pur interessante, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già si conosce a questo proposito, gli articoli della scrittrice tratti dal Corriere della Sera e inerenti vari argomenti (dal rapimento di Farouk Kassam da parte dell'anonima sarda al delitto di Borsellino, dall'elezione di Maria Concetta Riina, rappresentante degli studenti del suo liceo all'omicidio Fortugno) costituiscono il corpo centrale del testo ma restano quel che sono: parole che valgono come monito, lette quanto risapute. Forse spesso dimenticate. E qui sta forse la motivazione per andare a rileggerle.