Mafia, volevano uccidere il sindaco di Gela In manette due boss principi del «pizzo»

Le armi per uccidere il sindaco di Gela, Rosario Crocetta (Pd), dovevano arrivare da Busto Arsizio (Varese), città in cui vivono esponenti mafiosi legati al clan degli Emmanuello. E dovevano essere armi pesanti, per poter fare una strage e uccidere l’uomo che prima aveva messo alla porta del Comune di Gela la moglie del boss Daniele Emmanuello (all’epoca dei fatti latitante) e poi ostacolato gli affari delle imprese amiche che volevano gestire gli appalti pubblici. E così l’asse criminale che lega la Lombardia alla Sicilia aveva decretato la morte di Crocetta. La polizia di Stato ha anticipato le mosse dei mafiosi e la procura della Repubblica di Caltanissetta, guidata da Sergio Lari, insieme ai pm Domenico Gozzo e Nicolò Marino, hanno fatto in fretta per chiedere ed ottenere dal gip l’arresto di due mafiosi. Così in carcere per associazione mafiosa sono finiti Maurizio Saverio La Rosa, di 40 anni e Maurizio Trubia, di 41, entrambi di Gela. Gli inquirenti non li accusano solo di aver organizzato l’attentato al sindaco, ma pure di aver imposto il pagamento del pizzo a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici a Milano.
Il clan, infatti, pretendeva il pagamento di una tangente da 15mila euro, da versare periodicamente alle casse dei boss, perché l’impresa era di Gela anche se i lavori riguardavano la manutenzione dell’acquedotto milanese. La ditta era impegnata a Milano con lavori per conto della società Metropolitana milanese spa, che ha la gestione di quell’acquedotto: lavori per oltre tre milioni di euro. L’imprenditore però aveva rifiutato di pagare e dopo aver registrato tutti i colloqui con i due indagati, li ha denunciati alla polizia. Così questa indagine è andata a intrecciarsi con quella che riguardava l’attentato a Crocetta. Il sindaco ha ricevuto tanti messaggi di solidarietà dal mondo politico e della società civile. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha telefonato al Capo della polizia, prefetto Antonio Manganelli: «Vogliono fermarmi - ha aggiunto - ma non ci riusciranno, più mi minacciano, più sono spinto a continuare. Le istituzioni? Mi sono vicine, ma qui assistiamo a veri e propri atti di guerra. Bisogna fare di più e non tutti fanno la propria parte. Voglio che si cominci a fare sul serio e che anche la politica faccia i passi necessari». Per il procuratore Lari questa operazione ha permesso di decapitare sul nascere i nuovi vertici di Cosa nostra a Gela. «L’unica colpa di quest’imprenditore - Lari fa riferimento alla ditta impegnata in lavori a Milano - è stata quella di essere un gelese. Chi è di Gela, per Cosa nostra deve pagare, a prescindere dal luogo in cui svolgono i propri lavori». Il capo della Dda ha poi lamentato la carenza di magistrati: «Siamo rimasti in quattro a indagare. Al nuovo collaboratore di giustizia Carmelo Barbieri possiamo solo dedicare un pomeriggio alla settimana per via dell’enorme carico di lavoro su ognuno di noi».