Magda Szekely, la poetessa che diede voce all’Olocausto

La scrittrice ungherese Magda Szekely, poetessa e traduttrice la cui produzione lirica è interamente incentrata sull’Olocausto, è morta a Budapest all’età di 71 anni. Szekely ha sempre contestato, con la sua attività letteraria, il detto del filosofo tedesco Theodor Adorno secondo il quale «dopo Auschwitz la poesia non è più possibile».
Nata a Budapest il 28 luglio 1936 in una famiglia ebrea di ricchi commercianti sopravvissuti alla deportazione, Magda Szekely iniziò la carriera come traduttrice per la casa editrice ungherese Magveto, quindi si occupò di letteratura straniera per la casa editrice Europa. Dal 1991 dirigeva la casa editrice Belvarosi Kiado insieme al marito, il poeta Andras Mezei. Sebbene influenzata dai poeti ungheresi di «Ujhold» («Nuova luna»), attivi per alcuni anni dopo la seconda guerra mondiale e che teorizzavano il dibattito sociale su temi etici ed estetici, Szekely ha sempre ricercato un percorso personale, fin dalla prima raccolta La tavola di pietra, del ’62.
Fra i temi ricorrenti della sua poesia, la «voce» degli ebrei ungheresi deportati nelle camere a gas di Auschwitz oppure i raid nazisti a Budapest negli anni ’40 che hanno segnato la memoria di generazioni. Molte composizioni della poetessa sono segnate dai sentimenti di «colpevolezza» che hanno colpito la mente dei sopravvissuti all’Olocausto. Dalla raccolta Giudizio, del ’79, l’autrice aveva cominciato a introdurre nei suoi versi elementi biblici, costruendo dialoghi asciutti quanto vibranti con personaggi chiamati Abramo, Giuseppe e Geremia.