Maggioranza ko alla Camera Rinviato il voto sulla riforma

RomaGoverno di nuovo battuto in aula a Montecitorio e ancora una volta su un emendamento presentato da Fabio Granata di Futuro e Libertà. Non solo. La conferenza dei capigruppo decide di rinviare il voto finale sulla riforma dell’università alla prossima settimana, martedì 30. Decisamente una mattinata infernale per il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, che insieme al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, durante una votazione finisce per confondersi e addirittura vota con l’opposizione, per sbaglio ovviamente.
L’emendamento di Granata votato da Fli e opposizione non è sicuramente determinante, ma per la prima volta la sicurezza granitica del ministro sembra vacillare di fronte all’ennesimo voltafaccia degli «alleati» che soltanto la sera prima avevano garantito il loro totale appoggio alla riforma visto che erano arrivate le garanzie sui fondi richieste appunto dai finiani.
«Finché Fli su un emendamento non particolarmente significativo marca una differenza questo rientra nella tecnica parlamentare e non entro nel merito - dice la Gelmini -. Mi auguro che non accada che vengano votati emendamenti il cui contenuto stravolga il senso della riforma. Non sarebbe accettabile, se così fosse, come ministro mi vedrei costretto a ritirarla».
È la prima volta che il ministro parla di possibile ritiro della riforma. Ma la Gelmini sa bene che gli scogli non sono tutti superati: mancano ancora sette articoli da approvare. E tra gli altri c’è un emendamento, sempre a firma dell’instancabile Granata, che chiede l’azzeramento dell’articolo 25. Anche su questo punto sarebbe stato raggiunto un accordo con i finiani ma a questo punto la Gelmini evidentemente non può contare sulla parola data.
L’approvazione della riforma è dunque appesa ad un fragile filo e l’eventuale affossamento del ddl davvero sarebbe un paradosso visto che non soltanto la Conferenza dei rettori aveva dato il suo appoggio ma addirittura aveva sottolineato quanto fosse indispensabile approvarla al più presto per migliorare il funzionamento degli Atenei.
Ma a chi importa davvero qualcosa della riforma? Lo scontro che si sta consumando nell’aula di Montecitorio non sembra avere molto a che fare con i reali interessi degli Atenei e degli studenti. Oltretutto visto lo scontro in atto nelle piazze il rinvio della discussione che alimenta l’incertezza non fa che gettare benzina sul fuoco della protesta. Ma all’opposizione fa comodo cavalcare la protesta e il Pd finge di non sapere che persino l’ex ministro dell’Istruzione, Luigi Berlinguer, aveva riconosciuto che sono molti i punti di somiglianza tra la riforma che voleva proporre il centrosinistra e quella della Gelmini.
Il leader Pd Pier Luigi Bersani sale sui tetti e «sfida» il ministro a mostrare i voti conseguiti all’università e le chiede di ritirare il ddl per correggerne «le distorsioni». È il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto ad accusarlo di «lisciare il pelo ad un movimento minoritario ed estremista che provocherà seri danni al Paese».
Quello che davvero colpisce nelle proteste degli studenti è il fatto che finiscano per difendere quello che li danneggia, come sottolinea la Gelmini. «La saldatura tra i baroni e una parte degli studenti è l’elemento più anomalo della protesta - osserva il ministro -. Chi gode di privilegi non vuole il cambiamento perché la riforma introduce elementi di trasparenza che limiterebbero il potere dei baroni. Evidentemente chi non vuole il cambiamento riesce anche a strumentalizzare i ragazzi». Forse a quei baroni non piace ad esempio che la riforma preveda che i rettori non possano restare in carica per un solo mandato e per un massimo di sei anni come prevede una delle norme approvate ieri dalla Camera.