La maggioranza litiga anche sui salari

nostro inviato a Roccaraso (L’Aquila)
Se n’è accorto Pier Ferdinando Casini, che ne ha approfittato per dire che sul fallimento di questo bipolarismo aveva ragione lui. E, in fondo, lo hanno riconosciuto anche i due protagonisti, cioè Cesare Damiano e Maurizio Sacconi: sul come fare aumentare gli stipendi italiani le distanze tra Partito democratico e Forza Italia sono minori rispetto a quelle che lacerano la maggioranza. È più facile, insomma, mettere d’accordo il ministro del Lavoro e il senatore di Forza Italia che trovare un punto di incontro tra il primo e quello che dovrebbe essere il suo collega più prossimo, cioè il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero, esponente di Rifondazione comunista.
L’ambientazione della prova di dialogo è quella di Neve Azzurra, la tradizionale festa di Forza Italia che si tiene Roccaraso, e alla quale l’ideatore Sabatino Aracu ha voluto dare proprio il segno del confronto. Invito raccolto. Fermo restando il giudizio negativo sul passato, sulle cose da fare ci sarebbe sintonia. A partire dalla questione dei salari, al centro dell’incontro di martedì tra governo e sindacati e sulla quale si sta allargando il solco tra sinistra moderata e radicale. In sintesi: su quale base si devono dare gli incrementi degli stipendi? E quale politica dei redditi deve favorire il governo? Per la sinistra radicale vanno sostenuti aumenti indifferenziati. Per gli altri va incentivata la produttività.
Un cavallo di battaglia per Sacconi, sottosegretario al Welfare del governo Berlusconi, ma anche una certezza per l’esponente del Partito democratico Damiano: «Non vedo di buon occhio una distribuzione di reddito a chiunque. La ricchezza va prima prodotta e poi redistribuita». Sembra un problema solo tecnico, se non fosse che da questo dipende il futuro delle buste paga. E anche quello della coalizione di governo. «Siamo così bravi che ci facciamo da soli sia il governo sia l’opposizione», scherza il ministro. Più facile ragionare di riforma dei contratti con gli azzurri che con l’ala sinistra della maggioranza. Sacconi usa termini più drastici («smontare il contratto nazionale»), mentre Damiano parla di «ritocchi». Ma il senso è che a livello centrale si dovrebbe stabilire il salario minimo o il recupero dell’inflazione, mentre tutti gli altri aumenti dovrebbero essere decisi in azienda. Sacconi rilancia: «C’è una cosa sulla quale saremmo d’accordo da subito noi, voi, la Cisl e la Uil. Non la Cgil, ma sarebbe giusto che i riformisti facessero insieme qualcosa». I riferimento è all’idea di abbattere il prelievo fiscale sui premi aziendali, applicandogli un’aliquota secca, sottratta alla progressività delle imposte. Una proposta di legge presentata da Forza Italia e ripresa da Giorgio Tonini, responsabile economia del Pd. Su questa Damiano non si sbilancia. La trattativa con i sindacati è in corso. E, soprattutto, incombe il vertice di maggioranza. E non è il caso di aggiungere un altro argomento sgradito al Prc. Sintonia addirittura nell’accogliere freddamente la richiesta di un ulteriore taglio al cuneo fiscale avanzata da Luca Cordero di Montezemolo. Per Damiano ora, «bisogna pensare a redditi e pensioni». Per Sacconi, Confindustria «dovrebbe piuttosto sostenere la detassazione del salario di produttività». Basi per una possibile azione comune Pd-Fi? La prima partecipazione di Damiano a un’iniziativa di Forza Italia farebbe pensare di sì. Ma poi il ministro getta acqua sul fuoco. «Alla fine una soluzione la troveremo. La concertazione porta necessariamente a soluzioni più morbide. A un compromesso, che per me è una bella parola». Insomma, per dirla con Sacconi, alla fine per accontentare la sinistra radicale il governo «metterà un po’ delle scarse risorse per gli aumenti dei contratti nazionali e un po’ sulla produttività». Incentivi «modesti, che non daranno un risultato».