La maggioranza è nel caos: "Che succede? E chi lo sa"

Ore di ansia tra i parlamentari dell'Unione incollati alla tv per seguire Mastella, all'oscuro delle trattative dei leader. e persino la capogruppo Pd Finocchiaro allarga le braccia

Roma - «Allora, ci sono novità?». Quando a porre tali interrogativi in Transatlantico, con gli occhi assetati di lumi e frastornati dalle voci che si affastellano, è un deputato ad un giornalista, vuol dire non solo che si vanno pericolosamente invertendo i ruoli, ma che la confusione e l’incertezza dominano incontrastate nel cielo della politica rendendo ansiosa, anche avvelenata, la vita dei palazzi. Questa sindrome attanaglia ovviamente la gran massa dei parlamentari, quei peones che non avendo chiarezza dai capi né tanto meno dai colleghi, la cercano da coloro che invece dovrebbero costruirla con le notizie da strappare appunto ai rappresentanti della nazione. Però anche i colonnelli brancolano nel buio, e i più loquaci inanellano pessime figure, distribuendo dichiarazioni che si smentiscono tra loro nel giro di poche ore. E sorge il sospetto che anche i protagonisti, quei quattro o cinque big seduti al tavolo da poker dove si stan giocando il destino del Paese, talvolta non sanno interpretare nemmeno loro il dipanarsi della mano, spesso confondono le loro carte, di certo non decifrano gli assi nella manica degli avversari che a loro volta facilmente sbagliano a calarli.

Dite che è segno dei tempi, il caos lento che sta imputridendo la politica nostrana, l’estenuante avvitarsi intorno all’ombelico senza che mai nulla accada davvero? Più che probabile, anzi è certamente così. Ieri poi, il rincorrersi delle voci, le convulsioni e i colpi di scena hanno raggiunto l’apice. Tutti attaccati al televisore, sia alla Camera che al Senato, assorbendo come spugne il lungo sfogo di Clemente Mastella da Benevento, le sue lacrime, lo snocciolarsi di sentimenti e propositi politici. E tutti si lanciavano domande e risposte: «Ci ripensa, ritira le dimissioni?», «No, manda al governo Fabris», «Macché, Mastella è già passato con Berlusconi», «E Prodi che fa, tiene l’interim o promuove Santagata?», «Ma con l’interim il governo non ce la fa a reggere, sai chi sono i sottosegretari alla Giustizia? Prodi non arriva a domani». Anche nel resto del Paese quella diretta televisiva ha avuto un’audience eccezionale, bar e uffici pubblici, almeno a Roma, eran tutti sintonizzati sulla performance di Mastella. Però la gente normale se l’è goduta come un buon numero, comprendendoci poco come altrettanto ha compreso dell’altro che ha segnato la giornata politica, ma senza farsene un cruccio. I politici no, soffrivano come quando si è tagliati fuori da una conversazione o da una festa (per quanto lugubre), affannandosi per partecipare con l’unico risultato di veder crescere la confusione e la frustrazione. Dovevate vedere le facce, quando al Senato la maggioranza sembrava destinata ad andar sotto sui rifiuti del governatore Antonio Bassolino e invece è stata bocciata la risoluzione di Roberto Calderoli. E il surreale «trionfo» di Prodi? Persino le chiare condizioni poste a sera da Berlusconi - in Transatlantico ai giornalisti e non nell’aula della Camera, tra l’altro - invece di essere lette per quel che dicono hanno provocato contorcimenti e pensieri convulsi. «Vuole andare al referendum, non c’è dubbio». «No, preferisce il voto subìto con la legge elettorale vigente». «Ha dato un assist a Veltroni». «Macché, Veltroni ora è all’angolo, chi gongola è Prodi».

Credete che un tal marasma agiti solo la palude dei peones? Eccovi una spigolatura dalle dichiarazioni di esponenti noti, che rivelano come anch’essi non sappiano raccapezzarsi bene. Anna Finocchiaro, numero quattro del Pd: «Che cosa accadrà? Non lo so. Cosa accadrà lo sa Mastella». Maurizio Gasparri, numero quattro o cinque di An: «Niente rimpasti, il governo è morto, subito elezioni», dunque con questa legge elettorale perché lo scioglimento anticipato rinvia il referendum almeno di un anno. Ignazio La Russa, numero due o tre di An: «È necessario dare una nuova legge elettorale buona, altrimenti la strada maestra è il referendum», dunque il governo vive almeno sino a giugno col rischio che la sfanghi sino all’anno dopo.

Grottesca se volete, ma emblematica di una politica che ricorda sempre più una pièce dei Legnanesi, è la madornale cantonata presa ieri da Lamberto Dini, piccolo leader dei Liberaldemocratici: sì, il «pivot» evocato ieri sera da Berlusconi, colui che doveva far cadere il governo durante la Finanziaria, «ma all’ultimo giorno è successo un qualcosa e ha detto no», mandando la palla fuori rete. Per farsi perdonare quella delusione, e vedendosi scavalcato da Mastella nel gradimento del Cavaliere, ieri Dini ha deciso di passare il Rubicone, annunciando che i suoi tre voti al Senato non sarebbero andati al documento dell’Unione ma a quello della Lega che chiedeva lo scioglimento della giunta regionale campana. Era fatta, recuperati i tentennamenti e il favore perduto. Oltretutto, mancavano pure i tre senatori dell’Udeur corsi a Ceppaloni per stringersi a coorte con l’ex Guardasigilli. Com’è finita è noto. Il gran passo dei diniani ha fatto flop, non è valso manco trenta denari.