La maggioranza s’è sciolta a Vicenza

Le dichiarazioni rese giovedì mattina al Senato dal ministro della Difesa Arturo Parisi sull'ampliamento della base militare di Vicenza hanno gettato benzina sul fuoco di una maggioranza incendiaria di suo. Eppure il braccio destro di Romano Prodi non ha certo parlato con l'elmetto in testa. Ha dato invece l'impressione di camminare sui carboni ardenti con la massima cautela. Ha sì riconosciuto la disponibilità di massima del governo. Ma poi, quando si dice la paura del coraggio, ha aggiunto che la decisione conclusiva è condizionata al completamento dell'istruttoria in sede locale, anche in considerazione di una possibile iniziativa referendaria. Tuttavia non poteva sorvolare sul fatto che il presidente del Consiglio ha confermato al segretario di Stato americano Rice la disponibilità italiana a corrispondere alla richiesta.
Così zigzagando, il povero Parisi sperava di rabbonire l'estrema sinistra. Ma sì, quegli alleati - da Rifondazione comunista ai Comunisti italiani, dal Correntone ds ai Verdi - che Prodi cova come una chioccia ma non senza ragione considera i suoi pazzerelli. E invece queste dichiarazioni, interpretabili a piacimento, sono state l'inizio della fine. Quasi ogni intervento dell'Unione (oh, soave eufemismo!) si è rivelato una frecciata nel costato del ministro che si è stoicamente sottoposto al martirio di San Sebastiano. Si è imputato al presidente del Consiglio un «sì, ma» che sarebbe in contrasto con il programma dell'Unione. Si è sottolineato che l'impatto ambientale dell'insediamento militare desta allarme tra la popolazione. Si è accusato il governo di non aver valutato a dovere gli alti costi imposti dall'Alleanza atlantica. E se non c'è scappata la storica «cupidigia di servilismo», poco c'è mancato. Tant'è che il diessino Cesare Salvi, che pure è dello stesso partito del ministro degli Esteri Massimo D'Alema, ha denunciato l'acritica accettazione delle scelte strategiche americane.
A far precipitare la situazione, se mai ve ne fosse stato bisogno, ci ha pensato il viceministro degli Esteri. Non sapendo a che santo votarsi, dapprima Ugo Intini si è acconciato alla politica dello struzzo. E ha rilevato, mentendo spudoratamente, che il dibattito aveva posto in rilievo non già conflitti di natura ideologica ma preoccupazioni per l'impatto ambientale. Quindi ha accolto l'ordine del giorno della maggioranza che offrirebbe a suo dire una sintesi delle diverse posizioni al proprio interno, tutte degne di rispetto e di ascolto. Mentre ha rifiutato l'ordine del giorno dell'opposizione. Di qui il patatrac. Perché così il governo paradossalmente non ha accolto un documento dell'opposizione, poi fatto proprio dall'assemblea di Palazzo Madama, che approva le sue comunicazioni. Questo voto solenne conferma che la maggioranza politica iniziale si è squagliata non su un dettaglio ma sulla politica estera. E se n'è formata un'altra, per di più sgradita all'Esecutivo.
Mentre la successiva approvazione anche dell'ordine del giorno dell'Unione non ha alleviato ma semmai aggravato la posizione del centrosinistra. Difatti questo documento, oltre a perorare la causa di una conferenza nazionale sulle servitù militari, si è limitato a prendere atto delle comunicazioni del governo, che bene o male ha detto la sua, e del dibattito aperto tra le forze politiche dell'Unione, nel corso del quale è stato criticato a più non posso il pur timido indirizzo politico ministeriale. Una vera e propria contraddizione in termini che nessun arzigogolo potrà mai sanare. «Basta liti o il governo cadrà», aveva detto D'Alema. È stato buon profeta. Se la maggioranza politica si è sciolta come neve al sole, il governo dovrà trarne le conseguenze e togliere il disturbo. Altro che verifica. La si è già avuta al Senato e tanto basta.
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