Una magia del flauto e Papageno canta «Ma se ghe pensu»

Papageno poliglotta: tedesco, certo, quello d'ordinanza, poi italiano e, da non credere, pure il genovese, con un bel «Ma se ghe pensu» intonato lì per lì, per rompere il ghiaccio sulle soglie del tempio. Simpatico, bravo, l'uccellatore più famoso della lirica (Matthias Ludwig) è stato uno dei protagonisti più applauditi di questo «die Zauberflote» inaugurale, quel che a Genova si chiama ormai «il flauto magico di Luzzati» - non ce ne voglia Mozart - che ha aperto giovedì sera la stagione autunnale del Carlo Felice. Per la gioia di chi non si rassegna e che nel teatro, ancora e per fortuna, ci crede. Pubblico numeroso e anche un tantino indisciplinato, con oltre dieci minuti di ritardo sul rientro in platea dopo l'intervallo; ma comunque soddisfatto e divertito dalle scene di «Lele», dai costumi coloratissimi di Santuzza Calì e dalla movimentata regia di Daniele Abbado, ripresa da Boris Stetka.
Insomma, un signor spettacolo, ma questo già si sapeva, brillante allegro sgargiante, con mimi, ballerini, draghi spaventosi, asini e coccodrilli; più gli uccelli di Papageno, naturalmente. E più il volatile (volante davvero) da cui i tre fanciulli - lode anche a loro, Emma Bez, Filippo Bogdanovic, Agnese Caruso del coro di voci bianche diretto da Gino Tanasini - snocciolano pillole (e note) di saggezza al principe Tamino. Ma veniamo al cast «Opera studio», i nuovi talenti selezionati nello scorso settembre, voci interessanti, ma non ancora del tutto mature: Andrea Mastroni (Sarastro), di cui rileviamo la bellezza del timbro, Michael Heim (Tamino), Sonia Ciani, Paola Santucci, Caludia Nicole Bandera (le tre Dame), Sophie Gordeladze (Papagena), la più precisa e «pulita», Enrico Salsi (non però dell'opera studio).
La pecca generale è senza dubbio l'aver reso i personaggi con scarso spessore drammatico: il che non vuol essere solo critica, quanto pungolo al miglioramento e alla crescita, con nostro sincero ottimismo. Lo stesso valga per Silvia Vazquez (Regina della Notte), buoni acuti e discreta agilità, ma cui manca il carattere della vera Astrifiammante. In tutto questo fa eccezione Eva Mei, lei ormai (giovane) «veterana», che con voce bella e rotonda ha restituito una vera Pamina mozartiana, intensa, dolce, bella - anche questo fa - e davvero a suo agio in scena. Orchestra attenta alla bacchetta di Johannes Wildner, che ha diretto con entusiasmo e belle intuizioni, preciso e sempre con l'occhio non solo in buca, ma anche sul palcoscenico.