Magici suoni con le chitarre dei Campbell

Antonio Lodetti

Quando si parla di steel guitar(la chitarra suonata orizzontalmente con una barretta metallica che scivola sulle corde per ottenere particolari effetti di glissato) si pensa alla musica country. Invece la steel viene dalle Hawaii (tra i suoi pionieri Joesph Kekunu)e ha influenzato profondamente lo stile dei chitarristi blues e del gospel delle chiese battiste. Così nelle comunità nere si è sviluppato un suono che unisce blues, gospel, un pizzico di funky e una spruzzata di boogie, nato per esaltare la partecipazione emotiva del pubblico. Si chiama «Sacred steel» ma comprende anche musica profana e vernacolare come hanno dimostrato maestri quali i Campbell Brothers e Aubrey Ghent. I quattro fratelli Campbell (tre virtuosi chitarristi più il batterista Carlton, accompagnati da Malcolm Kirby al basso e Tiffany Godette al canto) hanno dato prova della loro straordinaria tecnica la scorsa settimana nelle chiese della Lombardia per la rassegna «Musica nei cieli». Senza lasciarsi andare a eccessi sentimental-religiosi o a tentazioni melodrammatiche, hanno dato vita ad uno show spettacolare ma mai fine a se stesso, fatto di robusta grazia ritmica (I’ve Got a Feeling) e di continui richiami alla tradizione sacra (Jesus) e profana (gli accenti funky di Good All the Time). Aubrey Ghent (che ha appena concluso il tour italiano) figlio di un pastore battista anch’egli chitarrista, ha passato la maggior parte dei suoi 47 anni suonando in Chiesa. Ora si esibisce per il pubblico laico (con la moglie Lori e la sua band) rivivendo brani come Amazing Grace e Jump For Joy con brucianti svisate blues, mettendo per una volta d’accordo il diavolo e l’acquasanta.