Un magico Bychkov esalta Shostakovich

Alberto Cantù

da Milano

Si ha un bel dire che il Concerto per violino è la pagina più nota ed eseguita di Alexander Glazunov. Ma quando mai si ascoltano questi venti minuti e passa di musica piacevolmente ottocentesca, malinconica e suadente, anche se l’anagrafe registra il 1903? Di rado, scomparsi i Michael Rabin e quel Nathan Milstein che, undicenne, il brano se lo studiò da solo e talmente bene da eseguirlo nel 1915, per i cinquant’anni del compositore, che con l’occasione salì il podio come amava fare.
D’altronde l’unico concerto breve per violino che «fa serata», denso di musica e lieve nel porgerla, è quello di Mendelssohn. Glazunov richiede un generoso bis «di consolazione». Proprio come ha fatto, lunedì alla Scala per la stagione della Filarmonica, Francesco De Angelis, «spalla» dell’orchestra milanese e violinista dalla bella linea strumentale, di elegante e intensa cantabilità «vecchia maniera» ossia più attenta alla bellezza che al volume del suono, capace di distillare gli umori ciaikovskiani e di muoversi con buon agio tra gli estri paganiniano-salottieri-popolareschi del Finale.
Più il «bissone», come si diceva: impeccabile per gusto e fraseggio, la Terza Sonata in re minore «Ballade» di Eugène Ysaÿe in uno di quei «Sei Solo» assai sperimentali dove l’autore volle unire «grande musica e grande virtuosismo». Il tutto con molti consensi e De Angelis che per l’occasione teneva fra spalla e mento uno Stradivari 1702 - nientemeno - prestatogli dalla «Fondazione Pro Canale» e appartenuto, fra gli altri, a «Re David Oistrakh».
Maestro ospite era un Semyon Bychkov con la comoda casacca alla coreana di sempre e una serata di grazia già nelle tinte russo-impressioniste, nel tessuto morbido degli archi o nelle delicate interpunzioni dei fiati riservate a Glazunov.
Clou del concerto e momento più alto dell’interpretazione di Bychkov era comunque la Settima sinfonia Leningrado di Dmitri Shostakovich. Brano che il direttore russo ha affidato anche ad un disco prodotto dall’orchestra che dirige stabilmente, la Wdr di Colonia e che, fra le tante (troppe) esecuzioni della maxi partitura - 70 minuti di musica a grande orchestra - per il centenario shostakoviano, si può considerare ad oggi la più interessante.
Felice per una Filarmonica di strepitosa pulizia e compattezza, duttile e scattante. Interessante nell’impostare i due movimenti estremi come musica «drammatica» ossia teatrale, rappresentativa però senza mai sacrificare il dettaglio o certo lirismo bianco, senza sole, e di svolgere invece i tempi interni, che appaiono più interlocutori, con flessuosa e cameristica leggerezza ma anche toni grotteschi o straniati (il «Moderato»-Scherzo) e con fonda interiorità non esente da mahlerismi (l’«Adagio»).
Molte presenze e altrettanti consensi. Ovazioni a non finire.