Le magie del Prof: scompare il cuneo fiscale

Carta vince, carta perde, dove è mai il re di denari? Non c’è più. Non è un gioco ma una tragedia in cui rischia di affondare il nostro Paese.
Il riferimento è al cosiddetto cuneo fiscale che rappresenta, come è noto, la differenza tra il costo per l’impresa di ogni dipendente e il salario netto che entra in tasca al singolo lavoratore. Questo cuneo fiscale in Italia è più alto di quasi tutti i Paesi Ocse. Esso si trasforma in quell’indice definito Clup (Costo del lavoro per unità di prodotto) che concorre al tasso di crescita della produttività del lavoro e quindi della competitività dell’impresa. La competitività, naturalmente, è fatta di molte altre cose, a cominciare dalla innovazione tecnologica nel processo produttivo e nello stesso prodotto, sia esso un bene o un servizio. Il costo del lavoro, però, è uno degli elementi che vi concorre in maniera significativa. Dal momento che in Italia la competitività è da dieci anni in picchiata, si è detto da ogni parte che era necessario ridurre questo benedetto cuneo fiscale. Per dirla con parole semplici, bisognava diminuire la tassazione sul lavoro in maniera tale da dare alle imprese una piccola spinta alla competitività almeno sul terreno dei prezzi. Una competitività di breve periodo ma pur sempre un fatto positivo.
Tutti pensavano che così sarebbe avvenuto, perché così ci aveva spiegato il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Ed invece contrordine compagni. La riduzione del cuneo fiscale non c’è più. In un impeto di sincerità il viceministro Vincenzo Visco ha spiegato, questa volta in maniera chiara, che il governo invece di ridurre la tassazione sul costo del lavoro ha ridotto a un gruppo di lavoratori il prelievo Irpef con la nuova curva delle aliquote e all’impresa la base imponibile su cui agisce l’Irap. Insomma, ha ridotto di un poco il prelievo tributario a imprese e a lavoratori. Tutto questo, però, non c’entra nulla con la riduzione del costo del lavoro che non viene assolutamente toccato. Il fatto che aumentano leggermente il reddito di impresa per una minore tassazione sull’Irap e il reddito disponibile per i lavoratori per un minor prelievo Irpef, non fa diminuire il costo della produzione e quindi non incide assolutamente sulla competitività delle imprese. In parole povere, l’annunciata riduzione del cuneo fiscale si è trasformata in parte in salario e in parte in utile di impresa lasciando in soffitta il recupero della competitività.
E pensare che le politiche di sviluppo di questo governo erano incentrate prevalentemente proprio sulla riduzione del costo del lavoro. Confessiamo che anche noi siamo inizialmente caduti nel tranello leggendo quello zibaldone della legge finanziaria che ha toccato punte mai raggiunte nella storia della Repubblica per quantità di pagine (trecento), complessità ed eterogeneità del testo. Noi non amiamo le agenzie internazionali di rating la cui storia è corredata da molte scandalose collusioni nei mercati dei capitali da un filo spesso invisibile che le tiene legate a consorterie finanziarie mosse a loro volta da alcuni potenti interessi. Non v’è dubbio, però, che questa volta hanno ragione. Il declassamento del debito italiano fatto da due tra le prime tre agenzie di rating è legato proprio a questa legge finanziaria confusa e pasticciata che scambia, ritenendole di pari efficacia, una minima riduzione del prelievo fiscale su imprese e famiglie con una riduzione del costo del lavoro. Più che il mancato taglio della spesa pubblica è, dunque, l’assenza di politiche per lo sviluppo che lascia sgomenti ed attoniti. Un Paese è come una grande azienda. Se ha un debito alto e non aumenta il proprio fatturato, cioè se la sua economia non cresce, quel debito sarà destinato ad aumentare. Il vuoto di queste politiche lo abbiamo denunciato già esaminando il Dpef che si poneva come obiettivi di crescita per i prossimi cinque anni uno striminzito 1,5-1,7 di Pil ma mai pensavamo che si potesse giungere a tanto, dimenticando che la bassa crescita è legata proprio alla riduzione della competitività. È il caso di dire, sconfortati, che davvero non c’è mai fine al peggio.