Magistrati, 007 e un copione già visto

A bbiamo già detto da queste colonne che una frangia della magistratura che operi come una polizia segreta – com’era il Kgb di sovietica memoria – è un pericolo istituzionale da non sottovalutare. Neppure ci convince la sortita del magistrato Spataro, su La Stampa di venerdì, che discetta su degli indagati a loro volta ammutoliti dalle indagini, e inoltre avanza una riforma dei servizi segreti con una disinvoltura sconcertante.
È di pessimo gusto che un magistrato inquirente si esponga se non attraverso i suoi atti d’ufficio. È ancora peggio se tale esposizione inappropriata concerne il Sismi, oggi in prima linea mentre il terrorismo islamico attacca. Tale esposizione è un graffio istituzionale se è funzionale a proporre una riforma dei servizi da una sede irrituale com’è lo scranno di un magistrato requirente.
Ci sono uffici giudiziari che carezzano e legittimano i terroristi mentre altri legano non un braccio ma piedi e mani a coloro che sul campo combattono per la nostra sicurezza.
Questa giustizia, di volta in volta draconiana e protettiva, ci porta indietro nel tempo. Era la notte dell’ultimo dell’anno del 1980. Le Bierre uccisero sulla soglia della sua casa il braccio destro di Dalla Chiesa, il generale Galvaligi. Il presidente Pertini nel suo discorso di quel fine d’anno additò i servizi sovietici quali burattinai dei brigatisti. Mentre gli assassini delle Brigate Rosse uccidevano, gambizzavano e rapinavano, ragguardevoli esponenti delle istituzioni trescavano con i Moretti ed i Senzani. Il Paese era smarrito. La situazione era così grave che il 18 febbraio comparvero in televisione tre generali dei carabinieri - Dalla Chiesa, Cappuzzo e De Santis – per rassicurare l’opinione pubblica. In quei mesi morirono anche dei magistrati – ricordiamo fra tutti il giudice Alessandrini – ma ben più numerosi ostentavano un «garantismo che assolve» (come staffilò Dalla Chiesa) apparecchiando quella impunità che ha consentito a quelli come Moretti e Senzani di delinquere ed assassinare senza pagare il conto, anzi nel caso di Senzani vivendo beatamente a spese delle istituzioni, come consulente della regione Toscana.
Annebbiate le indagini sulle Brigate Rosse, sui loro amici in Urss e sui loro complici nelle istituzioni, non stupisce ritrovare i terroristi in Parlamento, nelle istituzioni e nelle attività lucrose, condottivi lungo una strada lastricata proprio dai comportamenti ondivaghi di alcuni magistrati negli anni ’70 e ’80.
Oggi, mentre il terrorismo islamico cerca di superare se stesso, una parte della giustizia italiana va rispolverando il copione che ci ha già deliziato in passato.
Non crediamo alle coincidenze e tanto meno a quelle frange di giudici che le propiziano.