«Magistrati troppo vicini ai partiti d’opposizione»

Il centrosinistra: provvedimento iniquo, quando saremo al governo lo elimineremo

Omar Sherif H. Rida

da Roma

Quattro astenuti, 284 sì e 219 no, e la riforma dell’ordinamento giudiziario è finalmente legge. L’approvazione definitiva da parte della Camera è arrivata alle 18.30 di ieri tra gli applausi dei deputati della Cdl, dopo che l’Aula aveva votato la fiducia sul ddl Castelli posta dal Governo. Si conclude quindi un sofferto cammino iniziato nel settembre del 2003.
«Non è quella che avremmo voluto fare ma è un primo passo verso una giustizia veramente giusta e processi più brevi»: così in mattinata, intervenendo al convegno sul partito unico organizzato dagli europarlamentari di Fi, il premier Silvio Berlusconi aveva etichettato la riforma. «Sappiamo bene - aveva aggiunto il leader della Cdl - quali sono i gironi infernali in cui si ritrova chi diventa giudicabile da una classe di giudici assistiti da pm che, purtroppo, la sinistra ha saputo impiantare nell’ambito della giustizia. E che ancora oggi, sono troppo vicini ai partiti dell’attuale opposizione».
Un affondo arrivato proprio mentre a Palermo un centinaio di magistrati protestavano contro la riforma in piazza della Memoria . «Accuse generiche di politicizzazione - questo la replica del presidente dell’Anm, Ciro Riviezzo - che rivelano come il provvedimento celi in realtà un intento punitivo nei nostri confronti».
Una riforma che per l’Anm «servirà solo a burocratizzare la magistratura e a rendere meno libero e indipendente il ruolo dei giudici e dei pubblici ministeri». Critiche anche da Magistratura Democratica che parla di provvedimento «autoritario e illiberale». «Non ci lasceremo chiudere - dichiarano il segretario nazionale, Juan Patrone e il presidente, Franco Ippolito - nell’isolamento di una carriera burocratizzata, non ci ridurranno al silenzio per timore dell’azione disciplinare». E sempre ieri l’Unione delle Camere Penali ha proclamato per il prossimo 19 settembre uno sciopero di protesta degli avvocati penalisti contro la nuova legge e la ex Cirielli.
Reazioni di tutt’altro tenore quelle provenienti dalla Casa delle Libertà. «Si tratta di un altro impegno mantenuto da questo Governo - sottolinea il ministro della Giustizia, Roberto Castelli - e di una riforma voluta dalla Costituzione e che nessuno prima di noi era riuscito a fare. Abbiamo ridato al Parlamento la sua centralità e credo che oggi il Paese abbia fatto un serio passo avanti». Il Guardasigilli (che subito dopo l’approvazione ha ricevuto i complimenti telefonici del leader del Carroccio, Umberto Bossi) ha poi replicato alle critiche evidenziando come «a Costituzione vigente questo era il massimo che potevamo fare: anzi, forse siamo andati anche un po’oltre visto il precedente rinvio alle Camere da parte del Capo dello Stato».
Presente in Aula per il sì definitivo alla legge anche Berlusconi, che ha così glissato sulla polemica tra il Csm e il Presidente del Senato, Marcello Pera: «Pera e Casini hanno espresso i loro convincimenti. Credo ci si debba fermare lì. Non c’è bisogno di commentare».
Tornando alla riforma, per il sottosegretario alla Giustizia, Michele Vietti (uno dei protagonisti del lungo iter legislativo) «le norme approvate oggi mirano a costruire una figura di magistrato meglio selezionato e formato, con una progressione in carriera per meriti e non per anzianità, e con sanzioni disciplinari non più graduate secondo l’appartenenza alle varie correnti». Non ci si devono tuttavia aspettare, precisa Vietti, «risultati miracolistici, tanto meno sulla durata dei processi».
«È una riforma che l’Italia attendeva da 25 anni - dichiara il capogruppo di An alla Camera, Ignazio La Russa - e che soddisfa pienamente i cittadini che volevano modernizzare un sistema, quello della giustizia, veramente antiquato». Sempre in An, il ministro per le politiche agricole, Gianni Alemanno, ha espresso la sua amarezza per una «riforma fatta senza una condivisione e serenità nei confronti della magistratura».
Ma più che una «mancata condivisione», quello arrivato dall’Unione è stato un secco no all’intero impianto della «Castelli», come testimonia l’assenza di tutti i leader del centrosinistra al voto finale per prendere parte alla concomitante conferenza stampa sull’Iraq. «Quella inferta oggi - ha commentato il segretario dei Ds, Piero Fassino, è una grave ferita all’assetto istituzionale del nostro Paese». Affermazioni che fanno il palio con quelle di Romano Prodi, secondo cui «leggi ad hoc come questa vanno messe in discussione». Per il deputato della Margherita, Roberto Zaccaria, «questa cosiddetta riforma apre più problemi di quanti non ne risolva: problemi contro la magistratura e il Csm, , contro i cittadini e contro la Costituzione, stravolta in alcune sue norme fondamentali. Quando saremo al Governo la elimineremo».