«Il magistrato doveva pensare al G8»

Ora fa ancora più male. È una di quelle verità che lei, Bruna Biggi, sorella gemella di Luciana, voleva sapere. Ma non così, non con una nuova vittima. Lei la verità su quanto accaduto nei vicoli già la sapeva, e per una volta si sarebbe voluta sbagliare. Perché ore le ferite si riaprono, e il dolore torna ancora più vivo. Perché la morte di Maria Antonietta Multari, non solo è doppia, ma è tripla, perché Luciana, per chi le voleva bene, ora è morta due volte. Quella di oggi, e forse anche quella di ieri, secondo alcuni era, ed erano, morti evitabili. Molti amici della giovane istruttrice di fitness lo sostenevano, le prove c'erano per ciò che successe nei vicoli notte del tra il 27 e 28 aprile 2006. Mancava un alibi a Luca Delfino. Lui era stato l'ultimo ad aver visto Luciana da viva, e poi che i rapporti tra i due si fossero fatti difficili negli ultimi mesi della loro breve relazione lo aveva dichiarato lo stesso Delfino. Ma non elementi probanti per la magistratura. E neppure adesso, a dire il vero, per il delitto di allora, le prove ci sono. Ma tutto è così chiaro. Fin troppo. Chiarissimo come sempre è stato a Bruna Biggi: «Ero certa della colpevolezza di Luca e l'ho sempre detto. Di lui non mi ero mai fidata ed ero io a doverlo cacciare di casa quando picchiava mia sorella. Aveva una sguardo da pazzo, era uno scroccone, aveva una gelosia morbosa ed era un violento».
Ma il rancore di Bruna non sfocia in rabbia: il suo primo pensiero è di misericordia e va proprio a Maria Antonietta «perché ora provo dolore per lei, lei che aveva avuto la forza di dar fiducia a una persona su cui pendeva un'accusa così pesante». Una persona che però aveva fatto in tempo a capire di che pasta era fatto Delfino, tanto che aveva avuto il coraggio di lasciarlo e denunciarlo per percosse. «Io a quel punto speravo che Maria Antonietta, a differenza di mia sorella, se la fosse cavata con due schiaffi. Invece purtroppo no, anche lei ha fatto la fine di Luciana». Eppure, nonostante tutto questo, Bruna Biggi, tira in ballo responsabilità della magistratura ma senza accusare il pubblico ministero Enrico Zucca, il magistrato che non è riuscito a inchiodare Delfino: «Lui ha fatto quello che ha potuto, ma stava occupandosi del G8 purtroppo, e ha chiesto una proroga. Ma aveva chiesto che Luca fosse controllato, pedinato. Se ci fossero stati i controlli non si sarebbero create le condizioni per far sì che Luca reiterasse il reato». Invece, né Delfino è finito in carcere nonostante le diverse denunce accumulate e gli indizi a suo carico né i controlli adeguati ci sono stati. Per questo Bruna, se la prende anche con la squadra mobile di Genova, ma anche con quella di Sanremo, «perché dopo la denuncia della ragazza non hanno fatto nulla per proteggerla, come nulla hanno fatto per me».
Anzi, gli «assistenti sociali mi volevano portare via mia figlia, perché ero rimasta sola, senza sorella e senza genitori. Ma proprio perché sola al mondo mia figlia è stata la mia unica ragione di vita e mi ha permesso di non fare sciocchezze».
Lei, Bruna Biggi, era stata la prima accusatrice di Delfino e per questo si era più volte definita a rischio. «Lui lo sapeva, e sapeva che l'odiavo e per questo mi odiava. Era uno squilibrato e avrebbe potuto farmi qualsiasi cosa in ogni momento». E secondo Bruna, se lo avessero inchiodato quando «aveva tentato di fare esplodere l'appartamento a mia sorella, nulla le sarebbe successo» e nulla sarebbe capito neppure a Maria Antonietta. «Perché quando era esploso l'appartamento di Luciana, pochi giorni prima che venisse uccisa, noi lo avevamo detto che era stato lui, ma non avevano effettuato i controlli e tutto, lì per lì era stato fatto passare come un incidente». Ora, quel che è certo, è che due delitti a distanza di un anno, non sono affatto incidenti. E forse la triste vicenda di ieri, segna nel modo più tragico l'epilogo di questa vicenda. Perché quanto accaduto è bastato «per dimostrare - sostiene Bruna - che viviamo in un sistema ingiusto e crudele».