Il magistrato? Otto anni per scrivere una sentenza

Il codice prevede che un giudice non abbia «responsabilità disciplinare» anche quando lavora male. Blande punizioni solo per mancanze «abituali e reiterate»

da Milano

Articolo 9, comma 2: «Fermo quanto previsto dal comma 1, l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatti e delle prove non danno luogo a responsabilità disciplinare». È questo comma del codice di disciplina l’architrave su cui poggia la «diversità» dei magistrati italiani rispetto a tutti gli altri lavoratori pubblici e privati. Fuori dal gergo giuridico, quell’articolo stabilisce che - a parte casi eclatanti di corruzione, malafede o sciatteria - un magistrato non può venire punito se fa male il suo lavoro: non paga per una sentenza sbagliata, non può vedere compromessa la sua carriera da un arresto ingiusto. È una norma che - posta a tutela dell’autonomia dei giudici - finisce con il sollevare nell’uomo della strada perplessità ed interrogativi. Basti leggere quanto su diversi blog si dice sulle carriere fatte dai magistrati che negli anni Ottanta arrestarono e condannarono per droga il presentatore Enzo Tortora, poi assolto.
La lettura del codice disciplinare dei magistrati è una lettura istruttiva. Ci si trova davanti infatti a un complesso di norme di singolare mitezza. Non c’è solo l’articolo 9, con la sua indulgenza plenaria verso gli errori commessi nelle attività chiave del mestiere di giudice. A fare un po’ effetto è che alcune mancanze vengano punite solo se diventano abituali, altrimenti si fa finta di niente. Esempio: dal comma D è punito il «reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti \ si presume non grave il ritardo che non eccede il triplo (sic!) dei termini previsti dalla legge»; il comma R punisce «il sottrarsi in modo abituale e ingiustificato all’attività di servizio». Piuttosto blando appare anche l’elenco delle punizioni: la maggioranza delle colpe viene punita con l’ammonizione o la censura, cioè con sanzioni simboliche. La sospensione dal servizio è prevista solo in casi assai rari. E comunque al magistrato sospeso viene garantito un assegno alimentare di importo compreso tra un terzo e due terzi dello stipendio: in soldoni, tra i duemila e i tremila euro in media. La radiazione, cioè il licenziamento, scatta solo in casi estremi (negli ultimi anni si contano sulle dita di una mano).
Ciononostante, la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura si ritrova intasata di lavoro. Attualmente ci sono 73 magistrati sotto accusa. Tra questi, casi eclatanti come quello del dottor G., che tra le sue stranezze ha quella di andare in tribunale in brache corte; del dottor C. che si dimentica di iscrivere gli indagati nell’apposito registro; la dottoressa B. «che con inescusabile negligenza ha determinato una detenzione carceraria senza alcun titolo».
E sono ben dodici i magistrati accusati di avere ritardato il deposito delle sentenze oltre ogni limite ammissibile: per uno di loro, si parla di sentenze trascinate per più di cinque anni, a ridosso del record del dottor Edi Pinatto, quello divenuto famoso per gli otto anni impiegati a scrivere una sentenza (che, detto tra parentesi, nei giorni scorsi ha finalmente completato l’opera, e anche di questo il Csm dovrebbe tenere conto per non infliggergli una sanzione troppo severa).