Il magistrato-poeta col Cavaliere nel mirino

Prima pretore d’assalto, poi sindaco di Genova e il ritorno alla toga

da Genova

Magistrato a Genova, poi sindaco della stessa città, dal 1993 al ’97, poi di nuovo magistrato. Sempre a Genova. È il caso a dir poco singolare di Adriano Sansa, 68 anni, attuale presidente del Tribunale dei minori, che sembra riferirsi direttamente alla parabola pubblica in uno dei suoi libri di poesia più apprezzati, Il dono dell’inquietudine. L’autore però, nel comporre le liriche, deve aver tratto spunto anche da altre condizioni personali: di profugo istriano, pretore d’assalto, testimone scomodo della sinistra e, magari, nemico irriducibile di Silvio Berlusconi.
Sono tutte «anime» autentiche del personaggio che nasce a Pola nel 1940, ma è costretto a fuggire da bambino per le persecuzioni titine e a rifugiarsi a Genova con la famiglia. Un’esperienza che ne segnerà il carattere, molto riservato, ai limiti dell’introverso, anche nei momenti della notorietà. Che vengono già all’epoca, anni Settanta, dei pretori d’assalto: lui, Lalla, Almerighi, Brusco. La stagione dei giovani magistrati genovesi, lancia in resta contro i «poteri forti». La carriera prosegue a Palazzo di Giustizia, fino alla scoperta della vocazione politica, a capo, lui cattolico praticante, di una maggioranza di centrosinistra costretta ad affidarsi a un nome nuovo dopo il «pasticciaccio brutto» delle celebrazioni Colombiane (e degli appalti di opere pubbliche annesse). La vicenda aveva travolto l’allora primo cittadino Claudio Burlando (attuale presidente della Regione Liguria), costringendolo alle dimissioni. Ma è lo stesso Burlando, riabilitato, a riprendere in mano la situazione e a congedare Sansa alla vigilia della riconferma. Sibilando: «Ora il sindaco ci darà una mano a scegliere il suo successore».
Sansa rompe con «certa» sinistra, fino a fondare una lista civica che però naufraga alle elezioni. Lui boccia anche le primarie dell’Ulivo, che definisce «una farsa». In parallelo, anche se ripete d’«aver smesso con la politica», matura l’avversione per il Cavaliere: «Ci sono caratteri di dittatura che si stanno manifestando nel Paese» tuona nel 2004. Il ministro Castelli protesta, parte un esposto, ma Sansa viene prosciolto dall’accusa d’aver criticato il governo. È di nuovo in pista. Come poeta, come magistrato, e come politico. «Ma io - confessa sovente - resto, non solo nel ricordo, un profugo». Forse, anche della sinistra.