Magistratura, gli italiani ora non si fidano più

RomaUna volta, la vittima di un sopruso minacciava: «Ti faccio causa!». Adesso, è chi compie un’azione contro la legge che provoca: «E fammi pure causa!».
C’è tutta la caduta di fiducia degli italiani nella giustizia in questo passaggio. Se prima si credeva che il magistrato, il poliziotto o il carabiniere, davvero tutelasse il cittadino, oggi l’ingiustizia diffusa, gli errori giudiziari e soprattutto la lunghezza delle cause provocano un atteggiamento opposto.
Questo fenomeno si accentua da anni, progressivamente, ma adesso sembra arrivato a una svolta. Secondo un sondaggio di Renato Mannheimer, infatti, la maggioranza relativa degli italiani denuncia la sua sfiducia nell’azione delle toghe. Solo il 48,2 per cento, questo mese, ha conservato la voglia di affidarsi al loro operato. In tutti gli altri prevalgono diffidenza, pessimismo, sospetto. Solo un anno fa era il 51,2 ad avere «molta o moltissima» fiducia nella magistratura. Ma già ad aprile era sceso al 50,6. Ed ora rimane una minoranza, anche se di poco.
Particolarmente critici verso il sistema giustizia sono i cittadini con più basso titolo di studio, dalle casalinghe agli studenti e gli elettori del centrodestra. Ma è significativo che anche tra quelli di centrosinistra un terzo sia contagiato dalla sfiducia dilagante.
Perché questo? Due italiani su tre, quasi il 66 per cento, sono convinti che ci sia «molta politicizzazione» nelle toghe, troppa. E questo, si teme, può influire sulle decisioni giudiziarie. La magistratura, per la maggioranza dei cittadini (55 per cento), ha avuto negli ultimi anni un peso politico eccessivo, esercitando troppa influenza sui governanti e sull’opposizione.
Anche il Palazzo della politica genera sospetti: per il 68 per cento degli italiani cerca di influenzare in modo eccessivo la magistratura o almeno tenta di farlo. Insomma, un condizionamento reciproco. E anche stavolta l’opinione è molto diffusa nell’elettorato di centrodestra ma è significativa anche in quello di centrosinistra.
La critica generalizzata si traduce in grande attesa per una riforma della giustizia, che per l’81 per cento dei cittadini è importante e urgente. Più convinte di questo sono le persone meno giovani e che hanno un titolo di studio medio-alto, oltre agli elettori di centrodestra. Anche se la speranza nella riforma della giustizia è trasversale a tutte le categorie.
La maggioranza conosce bene questi dati e sa che cosa ci si attende da lei. Pdl e Lega ora sono impegnati nel trovare l’accordo sul progetto per il processo breve, neutralizzando soprattutto le obiezioni di Gianfranco Fini. Ma contemporaneamente gli esperti preparano il testo di una riforma sui temi fondamentali, come la separazione delle carriere e il nuovo Csm. Questi provvedimenti, che inquadreranno le regole per realizzare la «ragionevole durata dei processi», potrebbero vedere la luce tra un paio di settimane.
Adesso, certo, si devono sciogliere i nodi del ddl Gasparri-Quagliariello-Bricolo. Il gruppo che ci lavora è formato dal plenipotenziario di Silvio Berlusconi Niccolò Ghedini; dal Guardasigilli Angelino Alfano; dall’esperta giuridica di Fini Giulia Bongiorno e dal senatore Piero Longo, che alla Consulta ha difeso il premier per il Lodo Alfano con Ghedini.
C’è da affrontare il problema dell’inclusione del reato d’immigrazione su cui la Lega non molla e quello delle maggiori risorse per la giustizia, che Fini ha posto come condizione. Ma la questione vera riguarda i possibili problemi di costituzionalità, soprattutto per evitare obiezioni del Capo dello Stato. I due punti a rischio sono proprio quelli che limitano la portata del provvedimento: l’applicazione solo agli incensurati e solo al primo grado di giudizio per i processi in corso.
Sulla norma che esclude gli imputati con la fedina penale sporca, nel centrodestra c’è disponibilità ad eliminarla. Allargare l’impatto della prescrizione dei processi in 6 anni complessivi a tutti i gradi comporterebbe, però, un ampliamento enorme della platea. Come l’esclusione del limite a processi per reati oltre i 10 anni di pena. Ma su tutto questo la maggioranza è pronta a discutere in commissione e a studiare eventuali modifiche. Forse, anche su una rimodulazione dei tempi massimi per ogni fase processuale, fissati in 2 anni sia per tribunale, che per Appello e Cassazione. Il cammino del ddl, in fondo, è appena cominciato.