MAGLIA NERA fuga all’incontrario Il traguardo di «Luisin» Malabrocca

Aveva un cognome che sembrava un anatema, Malabrocca, ed era ultimo dalla nascita, l'ultimo di sette fratelli. Lo chiamavano il Cinese perché aveva gli occhi a mandorla e forse per questo aveva uno strano modo di vedere la vita, era uno che si guardava indietro ma non per nostalgia, era uno che si guardava alle spalle ma non per paura, era uno che comunque sia non guardava in faccia nessuno. Luigino Malabrocca appartiene a un ciclismo, a un’Italia e a un’epoca che non c’è più: gli piacevano le fughe solitarie ma all’incontrario, anche se non era uno scarso, aveva vinto 138 corse in carriera, negli anni di Coppi, Bartali, Magni. Era affamato non di vittorie, era affamato e basta. Scoprì per caso che i premi destinati agli ultimi, tappa dopo tappa, erano quasi meglio di quelli destinati ai primi. Salumi, vino, formaggi, pasta, fagiani. Si era appena sposato, voleva tanti bambini, guadagnava solo 25mila lire l'anno. Decise che nel suo piccolo avrebbe fatto le cose in grande: il suo traguardo diventò arrivare ultimo, il suo obiettivo la maglia nera, quella del perdente dei perdenti. Da Coppi, che pure era del suo paese, Tortona, arrivava sempre duecento chilometri dietro, più o meno la distanza che passa tra Roma e Napoli, pulito pulito, perché lui non prendeva stimolanti, al massimo qualche ritardante.
Il meglio di sé lo dava quando c’era da dimostrarsi il peggiore: si nascondeva nei fienili, si imboscava nelle cantine, si infilava nei bar, una volta lo pescarono in una scarpata, un'altra volta dentro un pozzo. Bucava i tubolari delle ruote, simulava malori improvvisi, fingeva catastrofici incidenti. Ma non era un vigliacco il Luisin, al traguardo arrivava sempre. Scalava il Pordoi, lo Stelvio, il Gavia, soffriva la fame, arrivava congelato, disidratato da sole, con la pioggia nelle ossa, ma non mollava mai.
Nella sua folla corsa all'incontrario non aveva rivali tranne uno. Sante Carollo, veneto, simpatico, timidino, affamato come lui. Una volta lo aveva fregato grazie a un cugino poliziotto che gli aveva soffiato le dritte giuste sulla posizione del rivale e l'altro gliel'aveva restituita pagando un ragazzino che a sua volta facesse lo spione. Conquistò il Giro dalla parte opposta nel 1946 e 1947, nel 1949 però sbagliò i calcoli. All'ultima tappa, la Torino-Monza, era staccato di due ore da Carollo, per perdere tempo andò a farsi una bevuta all'osteria, accettò l'invito a casa di un tifoso, lavorò a un paio di attrezzature per la pesca, poi ripartì. Arrivò al traguardo due ore e un quarto dopo, lo aveva battuto anche stavolta, ma i cronometristi si erano dimenticati di lui e se ne erano andati a casa. La maglia nera stavolta se la portò a casa Carollo. L’Italia degli anni Cinquanta però lo amava lo stesso, Malabrocca era una filosofia di vita: non si mescolava con la massa, si faceva vedere poco, non sopportava i mediocri, odiava l'arrivismo. Meglio ultimi pensava che niente. Non sarebbe piaciuto a nostri tempi. Calimero è morto sette mesi fa a 86 anni, Carollo aveva mollato prima nel gennaio del 2004. Ultimo anche lì. Ma davanti per sempre.