Magnani vittima di un malore Se ne va il «Doge» di Genova

Si è sentito male a Tursi prima di partecipare a una seduta di commissione

Per tutti era il «Doge». E del Doge di Genova, del comandante-condottiero di storica memoria, Rinaldo Magnani, morto ieri a 76 anni appena prima di partecipare a una riunione di commissione del consiglio comunale, possedeva indiscutibilmente molte caratteristiche: dalla robusta complessione fisica, di cui ha fatto un ascendente naturale, al carattere di volta in volta intransigente e conciliante, bastone e carota, a seconda delle «convenienze» (che è riuscito quasi sempre a pilotare a proprio vantaggio). Anche poche ore prima di rimanere vittima del malore, Magnani ha conquistato la scena, nella Sala rossa di Tursi, mentre era in corso il dibattito sull’intitolazione di una strada a Fabrizio Quattrocchi: «Non sono d’accordo - ha detto a un certo punto il Doge, ancora una volta in controtendenza -. Se fosse per la mia salma, non vorrei che il consiglio comunale dedicasse una seduta a questo genere di questioni».
Parole registrate solo dagli stenografi, che ora assumono un ben diverso significato: una sorta di epitaffio per sottolineare, forse anche a se stesso, l’inesorabile declino. Del resto, il declino prima politico che umano, per Magnani era cominciato da tempo, dopo una vita percorsa tutta in faticosa, ma gratificante salita. A cominciare dai moli genovesi, dove il giovanissimo Rinaldo ha sperimentato i primi passi da leader carismatico - «console» - dei carenanti, una delle compagnie portuali più rappresentative. Da allora (gli anni Cinquanta) in poi, l’impegno politico diventa preminente, e Magnani - socialista da sempre, autonomista e quindi convinto craxiano - conquista spazi via via più ampi e autorevoli nel partito e nelle istituzioni locali: consigliere, assessore e infine presidente della Provincia di Genova, presidente dell'Istituto Case Popolari, consigliere, assessore e presidente della Regione Liguria, che guida per sette anni. Infine, l’incarico cui forse teneva di più: la presidenza del «suo» porto, al vertice dell’allora Consorzio Autonomo, caratterizzata dal decisivo via libera alla privatizzazione. Uscito dal Partito Socialista negli anni della crisi (1992-94), aderisce a Forza Italia, e negli ultimi cinque anni diventa consigliere regionale e comunale. Nelle elezioni amministrative del 2002, quando sembra avviato a interpretare un ruolo di notabile, viene scelto dalla Casa delle libertà come candidato sindaco contro Giuseppe Pericu. Un duello che si rivela impari: Pericu vince nettamente sull’antico compagno di partito, e a Magnani arrivano anche le prese di distanza di quanti sostengono a posteriori «noi l’avevamo detto...». È un periodo doloroso anche nella sfera familiare: perde la moglie cui era attaccatissimo, subisce un ricovero in ospedale, ma sembra riprendersi pienamente e si catapulta ancora una volta, con la solita foga, nell’agone politico oltre che nelle appassionanti sfide a scopone con gli amici-nemici Garrone, Anfossi, Ardoino e Spinelli.
I suoi interventi in consiglio comunale, in televisione e ai convegni si diradano, ma quando il Doge prende la parola, in particolare sui temi della portualità, tutti lo stanno ad ascoltare. Fino a ieri mattina, quando ha in programma di assistere al dibattito in commissione: sta per entrare in sala, viene colto da malore, probabilmente un infarto. Cade, batte violentemente la testa a terra. Immediatamente soccorso e trasportato all'ospedale Galliera, Magnani non si riprende. In consiglio comunale gli subentrerà Remo Viazzi, primo dei non eletti nella lista di Forza Italia. Ma «quel» vuoto - il suo ultimo seggio, defilato, alle spalle di tutti, quasi a limitarsi a scrutare da lontano un ambiente ormai estraneo - non potrà più occuparlo nessuno.