Magnini, l’aliscafo che voleva giocare all’ala

Fidanzato con la Segat, ora ha un solo obiettivo: «Sogno l’oro all’Olimpiade»

Riccardo Signori Era un filo di speranza. Ora è diventato un filone d’oro. Filo come Filippo, un nome che diventerà un simbolo, un’icona, una bandiera da sventolare come lo sono stati Livio (Berruti), Nino (Benvenuti), Pietro (Mennea), Fausto (Coppi), Sara (Simeoni), Gustav (Thoeni). Un ranocchio diventato re. Il nome, quello sì, era da predestinato, da quarti di nobiltà. Come Gustav o Pietro. La storia insegna. Eppure Filippo Magnini è il più bell’esempio del mai dire mai. Oggi campione del mondo dei 100 stile libero, la gara regina, quella che ti fa sentir campione per tutti. Vinci i 100 nell’atletica, la corona dei pesi massimi nella boxe, la maglia gialla al Tour de France e ti sentirai il presidente degli Stati Uniti. Anzi, forse più. A 16 anni, Magnini aveva deciso che il nuoto non faceva per lui. Meglio la solitudine dell’ala destra, l’aveva provata nel pallone ma almeno era un gioco. Questa solitudine, quella del nuoto, era solo sofferenza e disincanto. Nuotava a rana, ma gli pareva d’avere i pesi ai piedi. Fu un momento di crisi. Eppure uno come lui («Un testa dura stregato da Popov») non poteva mollare così. A 15 anni Ian Thorpe era già diventato campione del mondo e Filippo Magnini da Pesaro, marchigiano figlio di Gabriele e Silvia, lui ragioniere, lei insegnante di musica, era ancora lì ad interrogarsi. Nel beach volley aveva imparato ad essere un asso sulle spiagge marchigiane, a pallavolo non era male. Ma... Trovò la soluzione spostandosi a Torino, appartamento diviso con un cugino, tuffo nella scuola di nuoto di Claudio Rossetto, il tecnico che ieri aveva solo voglia di piangere. È stato il colpo di vita, il colpo della vita che ha regalato uno splendido nuotatore, l’uomo che oggi è andato a posizionarsi nella nicchia dei grandi. Non ancora Weissmuller o Spitz. Nemmeno Popov o Van De Hoogenband, l’olandesone volante che un giorno gli ha spiegato: «Solo vincendo i 100 stile entri nella storia. Tutti si ricordano di Weissmuller. Non di altri». Filippo ha ascoltato e si è buttato nell’impresa. Ha cominciato battendo proprio l’olandesone agli europei di Madrid, l’anno passato. Ha fatto la parte del campagnolo arrivato in città ai Giochi di Atene: 5º posto e stai tranquillo, gli hanno detto i mostri. Stavolta il mostro l’ha fatto lui. Facendo riecheggiare la descrizione di quelle qualità che gli piacciono tanto: «Il mio talento è la leggerezza in acqua, il resto è costanza negli allenamenti». Straordinaria gara, eccitante, emozionante, ai confini della realtà italiana vedere un siluro azzurro nell’acqua accodarsi a Schoeman e Neethling, i sudafricani volanti, tenersi Phelps alle spalle come fosse un signor nessuno, eppoi accelerare nella seconda vasca, scivolare leggero e stordente. «Ha chiuso con un piccolo errore. Meglio così, bisogna lasciare qualcosa per dopo», ha raccontato il suo tecnico, facendo intendere che Filippo potrebbe arrivare al record del mondo. Giovedì ha migliorato il primato italiano, è stato il campione più veloce di tutta la storia dei mondiali: 48”12, secondo crono di sempre. Solo l’olandesone ha fatto di meglio, unico ad aver corso sotto i 48 secondi con quel record del mondo (47”84) agguantato nell’anno di grazia 2000. Magnini è classe 1982, VDH classe 1978: il tempo, inteso come età, parla per lui. E Popov è il passato da imitare. Benché sia forse inimitabile. Ma il tempo non si ferma e Magnini ha già messo nel conto il futuro. «Penso alla medaglia olimpica da quando avevo 15 anni». ha detto ieri, mentre il brillantino sul naso pareva solo un bizzoso ghiribizzo. Filippo ha trovato tutto nel nuoto: gloria, tranquillità economica (avrà un premio di 20mila euro, ma il presidente Barelli vuol dotarlo di un extra che magari raddoppi la cifra) e in Francesca Segat, farfallina rosa del nostro nuoto, l’amore di questo tempo. Il tempo in cui essere campione.