Magnini: «Sono un campione non sono un secchione»

Il nuotatore che ha firmato una storica impresa dello sport italiano: «Voglio vincere fino a Pechino»

Riccardo Signori

Caro Magnini, chiude un anno da campione. Come lo definirebbe?
«Potrei dire un anno perfetto, anche se la perfezione sarebbe arrivata con il record del mondo. Però, va bene così. Il primato non era nelle mie attese. Meglio una bracciata in meno e un oro in più».
Oggi lei è l’uomo che ha vinto i 100 stile libero mondiali, ovvero una delle imprese più grandi dello sport italiano. Impresa che pesa?
«Figuriamoci! Avrò un gran ricordo di questo anno: campione del mondo dei 100 sl, due ori agli europei in vasca corta. Non è un punto di arrivo, solo un punto di passaggio verso altri obiettivi».
Appetito?
«Eccome! Il mio ciclo di successi si è aperto con la vittoria nei 100 sl agli europei del 2004, non intendo chiudere subito il cerchio. Quest’anno ci sono gli europei a Budapest, i mondiali in vasca corta a Shangai. Nel 2007 si sono inventati gli europei open con Cina, Brasile e Sudafrica. Poi i mondiali in Australia. Infine l’Olimpiade di Pechino che potrebbe rappresentare la fine di un ciclo. Intanto vorrei riconfermarmi campione d’Europa».
Tutti l’aspetteranno al varco, per vederla vincere...
«Non mi pesa. Gareggiare mi stimola. Non sto col giornale aperto preoccupato per quello che mi scrivono. Cerco di dare quello che la gente vuole. Ma se perdo non è un putiferio».
Però qualcosa sarà cambiato nella vita. Ora è un personaggio...
«Sì, il cellulare squilla di continuo. Ho conosciuto politici, persone che mi chiedono pareri che vanno al di fuori dello sport, non puoi più essere il ragazzino che guarda solo il proprio orticello. Ma non posso far la vita da vip a 360 gradi. Ho bisogno di nuotare e migliorare. Vorrei far divertire i ragazzi che mi prendono come modello, magari mi fermano per strada».
Le piace essere un modello?
«Quando ero piccolo, anch’io guardavo i nuotatori grandi con ammirazione, anch’io avevo sogni da ragazzo. Li capisco. I modelli ci sono, io li ho avuti».
Fuori i nomi?
«Dico Popov: era il vero campione dello stile libero, un esempio per tutti. Ora che si è ritirato, dico Thorpe e Van den Hoogenband».
Con l’olandese oramai sarà sfida continua...
«Meglio. Preferisco arrivare secondo dietro a un campione piuttosto che primo, a mani basse, senza avversari. Preferisco le sfide ad alto rischio, mi danno più stimoli. Altrimenti mi annoierei».
Strano per uno che, un giorno, pensò di smettere. Bel guaio se l’avesse fatto...
«È stato più un parlare che un fare. Avevo 15 anni, altri interessi, ero stanco di nuotare. Senza risultati. Vien spontaneo dirsi: che faccio, smetto? Ma poi a 16 anni mi è tornata la passione, insieme ai risultati».
Ed ora sono faticacce?
«Nuoto 13-14 km al giorno in due sedute. Poi palestra pesante, pesi. Il lavoro non finisce mai in acqua. Mi fermo solo in agosto».
Pensando ai nostri re della velocità: stakanovista come un Mennea?
«So bene che concentrazione e determinazione sono fondamentali. Ma non sono una macchina da allenamento. Sono molto estroverso, non ho in testa nuoto e soltanto nuoto. In gara tiro fuori il meglio, mi alleno sempre. Ci possono essere giorni in cui mi alleno male, con meno voglia. Altri sono i secchioni dell’allenamento. Io non sono un secchione».
Insomma discoteca ed altro...
«Sono nato a Pesaro, siamo fatti così: ci piacciono amici, ragazze. Vado al cinema anche durante la settimana, perché non toglie nulla alla preparazione. Amo la musica: l’ho nel sangue perché mia mamma è professoressa di musica. Mi piace lo sci, ma praticarlo è pericoloso».
Ormai è inserito nella nicchia degli uomini veloci. A quale italiano si sente più vicino? Da Mennea a Lamberti, da Berruti a Petacchi e Cipollini...
«Scelgo Valentino Rossi. È di Pesaro come me e più veloce di lui non c’è nessuno. Né ciclisti, né velocisti. Mi avvicino a lui e sono sicuro di vincere».
Magari per disegnare un altro tatuaggio sul corpo?
«Quello che ho adesso, una corona d’oro sul braccio sinistro, è un simbolo, il ricordo di una grande impresa. Non mi riempirò di tatuaggi. Magari ne farò un altro se vinco a Pechino. Oppure se succederà qualcosa di eclatante e bello. Ma lo tengo per me».
Ha un segreto?
«Sono un agonista, non mi interessa chi c’è in gara. Non vado con timore. Sono un agonista che si diverte. E tutto risulta più leggero. Ci metto anche un po’ di estro».
La gerarchia delle sue qualità?
«Non basta allenarsi, se non c’è il talento. Dicono che nessuno al mondo ha gambe che spingono come le mie. Dicono che la mia leggerezza ce l’hanno in pochi».
Il suo podio ideale?
«Potrei dire quello del mondiale: ho vinto contro i sudafricani Schoeman e Neethling, che sono tra i più forti al mondo, nella finale più veloce di sempre. Quella è la finale che tutti avrebbero sognato».
E in gara con tutti i top?
«Vorrei vincere davanti a Popov e uno tra Thorpe e Van den Hoogenband. Ma Popov non c’è più, allora direi: Magnini, Van den Hoogenband e Thorpe. Questi sono i più grandi nuotatori di tutte le epoche».
Adesso si presenta anche con la cuffia color oro...
«L’ha preparata lo sponsor. La metterò solo nelle occasioni che contano. Sarà il mio segnale per pubblico a casa e avversari. Come dire: entro in acqua per vincere. Vorrei far divertire i bambini anche in questo modo».
A casa sua soffrono pure per l’Inter?
«Anch’io sono un po’ interista. Ma se vince va bene, se perde pazienza. I miei sono contenti se vinco io. Non siamo appassionati di calcio, anzi lo aborro. Anche perché non è più sport. Ci sono atleti che faticano e faticano, ma non guadagnano certi spropositi. Quando uno incassa 20 miliardi all’anno non è più sport».
E allora cosa augura allo sport italiano per il 2006?
«Noi del nuoto cercheremo di farci onore. Ma a tutti invio un grosso in bocca al lupo. Teniamo in alto il nome dell’Italia».