Al mago Zom non riesce il numero: arrivano tutti sani

nostro inviato a Chiavenna

Caro diario, oggi devo proprio cominciare con un grande, sincero, accorato encomio pubblico al patron del Giro, Angelo Zomegnan. Quando ci vuole, ci vuole: stavolta se lo merita, gli va lealmente riconosciuto. Il suo grande merito: avendo letteralmente piallato il Giro del Centenario, riuscendo con certosina cocciutaggine ad evitare tutte - ma tutte davvero - le montagne mitiche d'Italia, leggi tra le altre Mortirolo, Gavia, Stelvio, Pordoi, Zoncolan, Colle dell'Agnello, ecco, di fronte a questa scelta che a lui sembra originale, che a me sembra demenziale, sta comunque cercando in tutti i modi di creare lo spettacolo in modo alternativo. In attesa della mostruosa megacronometro alle Cinque Terre (tappa numero 12), prima volta in cent'anni che vedrà il Giro assegnato al mare, la linea guida è chiara: per animare l'ambiente, si punta sulla macelleria.
Già grandioso l'arrivo austriaco, nel sinistro paesello di Mayrhofen: in un ambiente da presepe, Zom il Patron si è prontamente adeguato, proponendo un arrivo con curve da presepe. In scala uno a uno, grandezza naturale. C'erano tutte le premesse per un simpaticissimo massacro, ma l'ignaro Scarponi ha rovinato il thrilling dello sprint accatastato arrivando da solo, dopo duecento chilometri di fuga.
Incassata la debâcle, l'instancabile Zom ha comunque provveduto a riordinare subito le idee: bene, vorrà dire che il tritacarne lo facciamo a Chiavenna, con trenta chilometri di discesa, buttandoli giù dal Maloja, subito dopo Saint Moritz. Per essere certo del risultato, ha pure inscenato con i più fidati collaboratori una propiziatoria danza della pioggia.
Perfetto: tanto impegno viene premiato dal meteo, che con rovesci copiosi prepara un discesone molto appetitoso per i reparti di terapia intensiva valtellinesi. Purtroppo, anche stavolta lo spettacolo salta sul più bello: cinque guastafeste si buttano in fuga, regolati poi dal prodigio norvegese Boasson Hagen, e di fatto il grande happening traumatologico va a farsi benedire. Desolante il comunicato stampa che tutti i giorni l'equipe medica del professor Tredici emette per fare la conta dei danni: nella tappa del grande clou, solo una riga, in due lingue, «niente da segnalare, rien à signaler».
Inutile nasconderlo: per Zom il Patron è una nuova umiliazione. Del tutto ingiusta. Tanto impegno meriterebbe un adeguato riconoscimento, che so, qualche femore fratturato, una mezza dozzina di commozioni cerebrali. Invece zero. Il momento è difficile, ci sarebbero tutte le condizioni per demordere. Ma non bisogna sottovalutare la tenacia dell'uomo. Già è riunito con i più stretti collaboratori per inventarsi nuove alternative, in nome dello spettacolo rosa. Escluse tassativamente le banali salite, sta pensando a qualcosa di elettrizzante nei pressi dei traguardi volanti: appositi cecchini stazioneranno alle finestre imbandierate, adeguatamente armati di carabine ad altissima precisione, cercando di abbattere il maggior numero possibile di ciclisti. Il Giro del Centenario lo vincerà chi resta in piedi.
GIRO DI VELENI
Clamoroso: a guidare la fronda contro Zom il Patron è proprio Lance Armstrong, l'uomo al quale lo stesso Zom ha disegnato su misura il Giro del Centenario, abolendo per decreto la morfologia montagnosa della nazione italiana. Lo Zio d'America, che ormai percorre il Belpaese come un anziano miliardario texano in vacanza, da due giorni martella dai suoi siti il patron per la pericolosità delle tappe. Avendo del tempo libero, in corsa ha assunto anche i panni dell'Agitprop, sobillando i giovani colleghi alla ribellione. «I ragazzi sono lividi di rabbia», avverte nel suo ultimo messaggio. Bella riconoscenza: il patron gli disegna il Giro personalizzato, lui gli scatena contro gli scioperati. Ma c'è di più: lo Zio d'America è pure offesissimo perché non gli concedono le guardie del corpo e perché non proteggono abbastanza il suo pullman dall'assalto dei tifosi. Non è una bella situazione. Conoscendo la durezza di Zom contro Armstrong, il rischio è che adesso usi il pugno di ferro e gli infligga indicibili sofferenze. In un impeto di rabbia, capacissimo persino che gli chieda scusa.