Magris scrivendo alla cieca scopre di non aver nulla da dire

Ambiziosa ma deludente l’ultima opera narrativa dello scrittore triestino

Capita a volte di chiedersi se un evento sia stato vissuto in prima persona o soltanto nelle pagine di un romanzo. Infatti sia gli accadimenti reali sia quelli rinvenuti nei libri finiscono per diventare tutti la stessa cosa, un’impronta nella memoria; e poiché la memoria non possiede gli strumenti per stabilire l’origine delle tracce che la costituiscono, è concepibile ciò che a qualcuno sembrerebbe assurdo: appropriarsi dell’altrui biografia. È quanto succede al protagonista dell’ultimo volume di Claudio Magris, Alla cieca (Garzanti, pagg. 335, euro 18). Rinchiuso in quello che un tempo sarebbe stato chiamato un manicomio, l’uomo è invitato dal suo psichiatra, espediente non originale ma efficace, a raccontare il proprio passato. La prima storia che il paziente espone è quella di Salvatore Cippico, un militante delle maggiori rivoluzioni del secolo scorso rimasto intrappolato in una vicenda dalla struttura comica e dal contenuto tragico: iscritto al Partito comunista italiano, dopo il secondo conflitto mondiale è inviato in Jugoslavia con la consegna di aiutare i compagni titini a edificare il socialismo. Senonché, in seguito alla rottura tra Tito e Stalin, è accusato assieme ad altri italiani di essere una spia sovietica, deportato su un’isola e torturato.
A questa sequenza di ricordi se ne affianca presto un’altra, cronologicamente inattendibile ma altrettanto coriacea: quella appartenente a Jorgen Jorgensen, avventuriero vissuto alla fine del ’700 fattosi fortunosamente re d’Islanda, prima di essere spedito in Tasmania a scontare la propria tracotanza. «Del resto io sono un morto, sepolto da qualche parte nel parco di Hobart Town. Dove esattamente non so, non ricordo se l’ho indicato nella mia autobiografia».
È riuscito, questo gioco di voci che si danno il cambio, si confondono, si ramificano? Crediamo di no; crediamo che Alla cieca manifesti una pesantezza, un’inerzia che forse è dovuta alla mancanza di ispirazione, ma che più probabilmente è l’effetto di una noncuranza architettonica, della pigra disinvoltura con cui la filza dei capoversi si snoda monotona, ronzante, fino a generare disamore verso i personaggi, gli eventi e il romanzo tutto. La pagina di Magris non è povera: ma nemmeno tanto seducente da poter fare a meno di un impianto narrativo dinamico; in assenza del quale gli ingredienti del racconto restano materiale grezzo e solo in quanto tale giudicabili. I riferimenti eruditi (Omero, il colonialismo olandese, la geopolitica del XX secolo) sono ridotti da Magris a cascame, ad antiquariato e ciò proprio nell’attimo in cui si ricorre ad essi per far volare la storia. Ed è un’ironia notare che, alla fine, si ricade in quel frammentismo che giustappunto un grande triestino aveva contribuito a debellare.
Provate a leggere dieci righe di Alla cieca: vi sembrerà ben scritto, persino avvincente; leggetene cento: avrete già la sensazione di essere in presenza di ruote che girano a vuoto, di annaspare nella scarsità d’orizzonte; dopo averne scorse mille direte che è un romanzo inconcludente, debole, la cui facciata sovrabbondante e corrusca cela un’anima micragnosa. A questo si aggiunga che scrivere un romanzo a una sola voce, per quanto plurale e dissociata, se questa voce risulta poi piccata, risentita, cosciente del proprio fallimento, significa andare in cerca di guai; e non solo di quelli, risibili, che possono procurare i critici letterari. I lettori non amano identificarsi con l’antipatia di un reduce che dal pozzo della propria logorrea, tutto sommato, non ha niente da dire.

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