MAHFUZ L’ossessione del potere

Un archivista che pensa solo alla carriera è il protagonista di «Un uomo da rispettare», a giorni in libreria

La porta si aprì a rivelare una stanza infinitamente spaziosa: tutto un mondo di significati e motivazioni, non un semplice spazio limitato, sepolto da una massa di dettagli. Immaginò che chi vi entrava venisse inghiottito, si liquefacesse. E mentre la sua coscienza prendeva fuoco, egli si smarrì in una magica sensazione di stupore. Dapprincipio, la sua mente vagò. Dimenticò ciò che l'animo bramava di vedere: il pavimento, le pareti, il soffitto; persino la divinità assisa dietro l'imponente scrivania.
Lo attraversò una scossa elettrica che nell'angolo più recondito del suo cuore suscitò un’insana passione per lo splendore della vita all’apice del potere. A questo punto lo squillo di tromba del potere gli ingiungeva d'inginocchiarsi e offrirsi in sacrificio. Ma, come gli altri, egli seguì la meno estrema via della devota sottomissione, dell’arrendevolezza, della sicurezza. Come un bimbo, avrebbe versato molte lacrime prima di poter imporre la sua volontà. Cedendo a un'irresistibile tentazione gettò un'occhiata furtiva alla divinità china dietro la scrivania e abbassò gli occhi con tutta l'umiltà di cui era capace.
La processione era guidata da Hamza al-Suwayfi, capo dell'amministrazione.
«Questi sono i nuovi impiegati, Vostra Eccellenza», disse rivolgendosi al direttore generale.
Gli occhi del direttore generale scrutarono i loro volti, compreso il suo. Sentì come se stesse per divenire parte della storia del paese, come se si trovasse al cospetto di Dio. Gli parve di udire uno strano bisbiglio. Forse era il solo a sentirlo. Forse era la voce del destino. Dopo che Sua Eccellenza ebbe completato l'esame dei volti, aprì la bocca. Parlò con voce calma e gentile, che poco o nulla rivelava del suo intimo.
«Hanno tutti il diploma di scuola secondaria?», s'informò.
«Due hanno il diploma intermedio di commercio», rispose Hamza al-Suwayfi.
«Il mondo fa progressi», disse il direttore generale in tono incoraggiante. «Tutto cambia. E adesso il diploma di scuola secondaria sostituisce quello di scuola elementare».
Era un commento rassicurante, ma tentarono tutti di dissimulare la propria gioia con un atteggiamento di ancor maggiore sottomissione.
«Siate all'altezza delle aspettative», proseguì Sua Eccellenza, lavorando seriamente e con onestà».
Esaminò una lista dei nomi e improvvisamente domandò: «Chi di voi è Othman Bayyumi?».
A Othman batté forte il cuore. Lo scosse sin nell’intimo che Sua Eccellenza avesse pronunciato proprio il suo nome. Senza sollevare gli occhi fece un passo avanti e mormorò: «Io, Vostra Eccellenza». «Avete avuto un ottimo voto al diploma. Perché non avete continuato gli studi?».
Rimase in silenzio, confuso. Il fatto è che, pur essendo ben conscio della risposta, non sapeva cosa dire.
Rispose per lui il capo dell'amministrazione, quasi in tono di scuse: «Forse a causa delle sue condizioni economiche, Vostra Eccellenza».
Udì nuovamente quel curioso bisbiglio, la voce del destino. E per la prima volta gli parve di percepire la presenza di cieli azzurri e di uno strano ma gradevole profumo che pervadeva la stanza. Il riferimento alle sue «condizioni economiche» non lo preoccupava, ora che era stato santificato dalla cortese ed elogiativa osservazione di Sua Eccellenza. Pensò che avrebbe potuto affrontare un esercito intero e sconfiggerlo da solo. Il suo spirito si librava in alto, sempre più in alto, finché, in un moto di violenta ebbrezza, la testa non scomparve tra le nubi. Ma Sua Eccellenza batté un colpo sul bordo della scrivania e disse, come a concludere il colloquio:
«Grazie. Buona giornata».
Othman uscì dalla stanza recitando silenziosamente il versetto del Trono del Corano....
Sono in fiamme, o Dio. Come si librava in alto, in un mondo di sogni, le fiamme gli divoravano l'anima da cima a fondo. In un unico attimo rivelatore percepì il mondo come un'ondata di luce abbagliante che egli si premeva stretta al petto come un folle. Aveva sempre sognato e desiderato e anelato, ma stavolta era davvero in fiamme, e nella luce di questo fuoco sacro intravide il senso della vita.
Ma giù in terra, si decise che avrebbe lavorato nella sezione archivio. Non aveva importanza come avrebbe iniziato: la vita stessa si evolveva da un'unica cellula o forse anche da meno. Discese nella sua nuova dimora, nel seminterrato del ministero, con le ali che ancora battevano. Lo accolse l'odore tetro e stantio della carta vecchia. Fuori, attraverso le sbarre di una finestra, vide che la strada era al livello della testa. Dentro, dinanzi a lui, si apriva un'enorme stanza. Su entrambi i lati si trovavano file di schedari e un'altra lunga fila divideva al centro l'ambiente. Negli spazi tra gli schedari erano collocate le scrivanie del personale. Camminava dietro uno degli impiegati in direzione di un tavolo posto di traverso in una rientranza simile a una nicchia di preghiera. Alla scrivania era seduto il capo della sezione archivio. Othman non si era ancora ripreso dall'improvvisa ondata d'ispirazione divina. Neanche la discesa nel seminterrato aveva potuto destarlo...«Le aspirazioni dell'uomo sono infinite», diceva tra sé e sé. L'impiegato lo presentò al capo della sezione.
«Il signor Othman Bayyumi, il nuovo impiegato», disse, presentandogli poi il capo della sezione: «Il nostro superiore, il signor Sa'fan Basyuni». Nei lineamenti dell'uomo riconobbe qualcosa di familiare, come se fosse uno del suo stesso vicolo. Gli piacquero le ossa sporgenti del volto, la pelle scura e tesa e le scompigliate chiome bianche. Ancor più gli piacque lo sguardo gentile e cordiale che si sforzava invano di trasmettere un'aria d'autorevolezza...
«Benvenuto alla sezione archivio! Sedetevi!», disse iniziando a scorrere i documenti.
«Benvenuto! Benvenuto! La vita», continuò, «si può riassumere in due parole: “salve” e “arrivederci”». Eppure era infinita, pensava Othman. Intorno a lui soffiava un vento strano e misterioso, ricco di ogni sorta di potenzialità.
Era infinita, pensò nuovamente, e per questo richiedeva un'infinita forza di volontà.
Il capo della sezione indicò un tavolo vuoto, dal colore neutro, il cui ripiano in pelle era consunto e punteggiato di macchie sbiadite d'inchiostro.
«La vostra scrivania», disse. «Esaminate attentamente
la sedia. Il più minuscolo chiodo può strappare un abito nuovo».
«Comunque, il mio abito è molto vecchio», replicò Othman.
«E ricordatevi», prosegui con i suoi avvertimenti l'uomo, «di recitare una preghiera prima di aprire gli schedari. La vigilia dello scorso Bairam, da uno schedario è uscito fuori un serpente lungo quasi un metro». Quasi soffocando dalle risate continuò: «Ma non era velenoso». «Come si fa a sapere se è velenoso o no?», chiese preoccupato Othman. «Chiedete al fattorino della sezione. È di Abu Rawwash, la città dei serpenti».
Othman considerò l'avvertimento uno scherzo e lasciò correre. Si rimproverò per non aver esaminato con la dovuta attenzione la stanza di Sua Eccellenza il direttore generale e non essersi stampata in mente un’immagine completa del volto dell'uomo e della sua persona, per non aver tentato di cogliere il segreto della magia con cui questi dominava gli altri e li aveva ai suoi ordini. Quella era la potenza da venerare. Era anche l'estrema bellezza. Era uno dei segreti dell'universo. In terra esistevano innumerevoli segreti divini per chi aveva occhi per vedere e cervello per pensare. Breve era il tempo tra “salve” e “arrivederci”. Ma anche infinito. Guai a chi ignorava questa verità. Vi erano persone che non si muovevano mai, come Sa'fan Basyuni. Ben intenzionato, ma mediocre, che rendeva omaggio a una saggezza di cui non aveva appreso nulla. Ma non erano così coloro il cui cuore era stato toccato dal fuoco sacro. Vi era un felice cammino che partiva dall'ottavo livello dell'amministrazione statale e terminava nello splendido posto di Sua eccellenza il direttore generale. Questo era l'ideale più alto accessibile alla gente comune, oltre il quale non si poteva aspirare. Questo era il cielo più alto, dove si palesavano insieme misericordia divina e orgoglio umano. L'ottavo livello. Il settimo. Il sesto. Il quinto. Il quarto. Il terzo. Il secondo. Il primo. Direttore generale. Il miracolo poteva avvenire in trentadue anni. O forse più... Il tempo gli si accoccolava tra le braccia come un tenero bimbo, ma nessuno poteva prevedere il proprio futuro. Era in fiamme: questo era tutto.