MAHFUZ La voce dello Zola del Nilo

«Un saggio amico mi ha detto che non sono il primo
a essere abbandonato.
“La vecchiaia non dovrebbe essere sacra?”, gli ho chiesto.
Ed egli mi ha risposto:
“Sarà sempre deluso
chi si innamora di una vecchia storia che si ripete”».

Naghib Mahfuz,
«Echi di una autobiografia»


Naghib Mahfuz poteva amare soltanto deluso. Quando si frequenta il cuore umano, in tutto il suo infinito e recidivo peregrinare nel labirinto della passione, si può amare soltanto così, in mezzo all’inutile conoscenza degli alibi e dei tradimenti. Eppure amare.
Nato nel 1912, al Cairo, l’autore di Il ladro e i cani prese il nome dal famoso ginecologo Naghib Mahfuz, che assistette alla sua difficile nascita. Figlio di un funzionario, divenne egli stesso funzionario, dopo la laurea in filosofia presa contro la volontà dei genitori, nel 1934. Il suo primo scritto, apparso quattro anni prima sulla rivista Al Magalla al gadida, si intitola La morte di nuove credenze e la nascita di nuove, e fin dal titolo riassume quella che sarà la visione del mondo dell’autore: morale, costumi, usanze si rinnovano incessantemente. Il succedersi della Storia - con le sue fratture anche violente, le improvvise perdite di speranza, lo svanire di certezze secolari - non deve spaventare, perché l’umanità protegge se stessa, inconsapevolmente. Questo non distoglie l’amaro sguardo di Mahfuz dai fallimenti dell’uomo, ma nemmeno gli impedisce di vivere una saggezza disincantata, dove l’amore, l’amicizia, l’interrogarsi sul segreto dell’esistenza, prendono il colore di una giornata autunnale passata sulle rive del Nilo: colore di dolcezza e di piana tranquillità, a un passo dall’accidia. Uno dei suoi romanzi più belli avrà per titolo, significativamente, Chiacchiere sul Nilo: solo che saranno, queste, soltanto conversazioni di intellettuali annoiati. Categoria che Mahfuz comprendeva e discretamente evitava.
Semplice segretario dapprima presso l’università, poi al ministero degli Affari Religiosi, Mahfuz usò - similmente a Kafka, un altro impiegato di genio, sebbene dall’anima molto differente - la regolarità delle sue giornate lavorative per scrivere un’opera di dimensioni ragguardevoli. «Sono diventato un poeta perché sono stato un impiegato», amava dire. Composta da decine di volumi, la sua produzione copre secoli di storia egiziana: dai Faraoni agli ultimi decenni del Novecento. Akhenathon e Cheope, la borghesia cairota, l’intellighenzia politica e culturale egiziana del periodo seguente la seconda guerra mondiale, ladri appena usciti di prigione, commercianti e liberi professionisti, mogli, amanti: tutti - con le loro rabbie, miserie, bugie, intrighi - sfilano nelle sue pagine à la Balzac, scritte in una lingua totalmente nuova.
Questo è il suo tratto più specifico, la sua formula di scrittore.
Domandando di Mahfuz a un egiziano, la risposta verterà dapprima sullo stile dell’autore, soltanto in un momento successivo sui suoi argomenti. All’inizio della sua carriera, Mahfuz si trovò innanzi al problema di una doppia lingua araba: quella colta, vicina alla tradizione classica, letta da un ristretto numero di persone, e quella popolare, semplice e intessuta di vari elementi dialettali. Senza mai ricorrere all’uso del dialetto, pur ambientando gran parte dei suoi romanzi nei quartieri più popolari del Cairo, Mahfuz compì il miracolo: inventò una lingua moderna, aderente alla realtà dei lettori di tutte le classi: con essa parlò dei loro dilemmi esistenziali e della Storia del loro Paese, e tutti lo compresero. Molto bene Mahfuz venne definito «lo Zola del Nilo»: vicino quanto l’autore di Nanà alle sofferenze che la modernizzazione genera nell’animo degli individui.
Della sua generazione, fu tra i pochi a essere così amati tanto dal popolo quanto dagli intellettuali. Visse al Cairo senza mai trasferirsi in case sempre più costose, nonostante il successo, e, tranne per due viaggi di lavoro in Jugoslavia e nello Yemen e per le vacanze estive ad Alessandria, non si spostò mai dalla città natale. Fu scrittore stanziale, vale a dire di profondità. Nel cuore delle persone incontrate per caso, per i vicoli, nei caffè, trovava tutto ciò che gli poteva servire: non vi è accenno di esotismo in nessuna della sue pagine. Il suo atteggiamento ricorda Jean Giono, l’autore di L’ussaro sul tetto: quando gli chiesero perché non lasciava mai la sua Provenza, Giono rispose: «Forse che gli alberi si spostano?». Lo stesso avrebbe potuto dire Mahfuz: «Forse che il cuore umano cambia a seconda delle diverse latitudini?». La sua opera ruota immobile attorno al sole delle passioni terrene.
Quarantaduenne, Mahfuz si sposa, dopo molte esitazioni dovute al ricordo di un amore giovanile finito sconfitto e alla paura che il matrimonio potesse rubare spazio alla scrittura, cosa che si rivelò non vera: trovò nella moglie e nelle due figlie i più immediati sostenitori. Col crescere della fama, vengono offerti a Mahfuz posizioni più vicine alla sua sensibilità: direttore artistico al ministero della Cultura, e successivamente al Museo del Cinema. Non a caso: da quasi ogni libro dello scrittore la prolifica industria cinematografica egiziana trasse un film.
Se nel 1957 Mahfuz vince il premio di Stato per la Letteratura, nel 1988 è il primo scrittore arabo a vincere il premio Nobel. La motivazione dell’Accademia di Svezia fu: «Per il suo cristallino realismo immerso nell’arte narrativa araba ma rivolto a tutta l’umanità». Ineccepibile. E vi si può aggiungere anche la passione per il libero pensiero, che Mahfuz coltivò fino ad attirarsi l’ira di gruppi fondamentalisti islamici: nel 1994 subì un attentato che gli invalidò per molto tempo il braccio destro. La cura fu quella di sempre: scrivere. Le Storie del periodo della guarigione furono pubblicate sulla rivista Nisf ad-Dunya e riconfermarono a tutti l’amore che Mahfuz portava per la vita: in quelle brevi prose difficilmente si trova traccia di rancore. Per una volta aveva tradito - con quanta saggezza - le proprie stesse parole, pronunciate ritirando il Nobel: «La verità è che il Male è un corruttore potente e violento e che l’uomo ricorda più ciò che ferisce di ciò che dà gioia. Il nostro grande poeta Abul-’Alaa’ Al-Ma’ari era nel giusto quando diceva: “Un dolore nell’ora della morte vale più di cento ore di gioia nell’ora della nascita”». È bello pensare che per Naghib Mahfuz non è stato così.