Con Mahler de Burgos riapre l’auditorium Rai

Antonio Cirignano

da Torino

Una nuova Manon Lescaut al teatro Regio, un auditorium (il Rai di via Rossini) che riapre al pubblico, un altro – quello del conservatorio – che lo farà a giorni. In piena eccitazione preolimpica anche la musica a Torino concentra i suoi appuntamenti. Ma andiamo con ordine. Per Manon, che proprio al Regio nel 1893 decretò il grande successo di Puccini, il teatro mette in campo con la soprano bulgara Svetla Vassileva una stella di prima grandezza (anzi due in origine, ma il tenore Roberto Alagna, ammalato, è stato poi sostituito da Antonello Palombi). Sul podio Evelino Pidò e alla regia, altro elemento di richiamo, l’attore Jean Reno. Il quale firma uno spettacolo gradevole e pulito ma povero di idee: gli sfarzosi arredamenti non a piombo del secondo atto adombrano certi effetti di straniamento alla Robert Carsen, ma restano nel bozzetto ottocentesco. Il deserto americano del finale, un piano inclinato, è puro déjà-vu. Splendida la Vassileva («In quelle trine morbide» è da antologia), bellezza e bravura quanta ce ne vuole in un ruolo complesso di donna fatale e pura allo stesso tempo. Accanto a lei Palombi ce la mette tutta sul piano scenico ma la voce è dura, il fraseggio pesante: ruolo da rivedere. Bene Lescaut (Vittorio Vitelli) e Geronte (Luigi Roni), benissimo il coro di Claudio Marino Moretti. Pidò guida con ordine smagliante ma nei momenti di più forte passionalità, come il grande duetto centrale, si vorrebbe uno scavo più profondo.
In Rai la rinascita dello storico auditorium varato nel 1952 (ma l’edificio aveva già un secolo) è avvenuta nel segno di una Resurrezione, quella dell’omonima Seconda Sinfonia di Mahler, con le voci soliste, eccellenti, di Elizabeth Norberg-Schulz e Sara Mingardo, il coro «Ruggero Maghini» e la bacchetta di Rafael Frühbeck de Burgos, direttore principale dell’orchestra nazionale Rai dal 2001. Chiusa da sette anni e mezzo per restauri, la sala ritorna alla città con miglioramenti vistosi e con 300 posti in più, ma senza mutamenti di identità così profondi da giustificare una chiusura tanto lunga: un tempo che sarebbe bastato a ricostruire l’intero auditorium quattro volte. Presenti i vertici Rai e le massime autorità civili, la festa è iniziata con l’Inno di Mameli (che in veste sinfonico-corale suona meno indecente del solito) ed è proseguita con una toccante interpretazione del capolavoro di Mahler. Burgos cesella le miniature del secondo tempo con un pregio cameristico che giunge quasi all’astrazione, quindi illumina la potente preghiera del finale con accenti di meravigliosa intensità. Successo pieno e partecipazione commossa. Il migliore degli auguri, per tutti.