Mahmoud, l’ultraconservatore che non ama la democrazia

Ex pasdaran, il sindaco di Teheran, sogna di riportare il Paese nell’alveo della stretta tradizione khomeinista

da Teheran

È l’incubo dei riformatori. E lui si guarda bene dal rassicurarli. «Prigionieri politici? Gli unici di cui ho notizia sono negli Stati Uniti» - risponde indifferente nella conferenza stampa convocata dopo l’inatteso piazzamento al secondo posto delle presidenziali iraniane. Un secondo posto che lo vedrà venerdì sfidare il grande favorito Ayatollah Hashemi Rafsanjani nel primo ballottaggio presidenziale in 26 anni di Repubblica islamica. Piombato come una meteora sulla scena elettorale iraniana il 49enne sindaco di Teheran Mahmoud Ahmadinejad rappresenta sia l’inadeguatezza di giornalisti e osservatori nell’interpretare le scelte degli elettori iraniani sia l’abilità dei poteri forti nel determinare l’esito del voto.
La storia di questo figlio di una miserabile famiglia della periferia di Teheran inizia nel 1978 in quelle piazze dove gli studenti sfidano i militari dello scià. Sopravvissuto alla rivoluzione Mahmoud indossa la divisa da pasdaran e corre a cercare il martirio dietro le linee irachene. Tra una corsa al sacrificio supremo e l’altra Mahmoud Ahmadinejad partecipa alla vita politica nelle file del Rafforzamento dell’Unità, una corrente decisa a spingere alle estreme conseguenze il cambiamento politico e sociale. Nel 1981 il già ufficiale dei pasdaran non s’accontenta dell’assalto all’ambasciata americana ma pretende una presa d’ostaggi anche nella rappresentanza sovietica. «Solo così - sostiene - dimostreremo l’originalità rivoluzionaria khomeinista».
Negli anni successivi il zelante ufficiale viene impiegato nella lotta contro dissidenti e «nemici della rivoluzione». Il suo nome, sinonimo di condanna a morte per i dissidenti interni, compare anche nei dossier dei servizi segreti occidentali impegnati a difendere lo scrittore Salman Rushdie, colpito dalla fatwa dell’Imam Khomeini. Gli anni bui per Mahmoud iniziano dopo la morte dell’imam Khomeini e la fine della guerra con l’Irak. Per lui la fine del conflitto, il lento disgelo, l’emergere del movimento riformista seguito dall’elezione del presidente Khatami e l’inizio della protesta studentesca rappresentano una scorciatoia verso il degrado e il lassismo.
«Non abbiamo fatto la rivoluzione per vivere in una democrazia» - ripete agli amici l’alto ufficiale dei pasdaran nominato, intanto, governatore di una provincia dell’Iran nord occidentale. L’occasione per imprimere una sferzata di dignità rivoluzionaria al Paese gli si presenta alle elezioni comunali del marzo 2003 quando, approfittando dell’inerzia di un elettorato deluso dalle mancate promesse dei riformisti, conquista la poltrona di Teheran. Non un grande sforzo perché in quei giorni apatici vota solo il 12 per cento degli elettori, ma il segaligno e ascetico Mahmoud non si formalizza. In fondo il suo progetto corre ben più in alto della democrazia.
Frugale, spartano e nemico di ogni simbolo di vita agiata, borghese od occidentale, Mahmoud partecipa alle riunioni dei netturbini in divisa da spazzino, si porta la schiscetta da casa per non sprecare risorse della mensa comunale, non perde per ragione al mondo le cinque preghiere quotidiane e riceve fino a notte fonda i suoi collaboratori. Il suo sogno, ancora irrealizzato, è trasferire le salme di milioni di martiri di guerra e rivoluzione nelle piazze della capitale perché ogni giorno ciascuno renda loro onore e ne ricordi l’esempio. I primi a sperimentare il suo zelo rivoluzionario sono i dipendenti degli uffici comunali dove le donne devono tirar fuori dalla naftalina i più lugubri e neri chador mentre gli uomini si rassegnano a lasciarsi crescere la stessa barbetta spuntata che incornicia il volto del capo. Subito dopo è la volta d’artisti, registi, intellettuali e di tutti i perditempo frequentatori di quei circoli culturali in cui si discetta di libertà sociali, cinema e letteratura con i benemeriti fondi del comune. Tutti quei soldi mal spesi vengono immediatamente tagliati e destinati a opere sociali e religiose nell’immensa periferia di Teheran sud. Non a caso, proprio in quel dissestato formicaio di poveri, disoccupati e assidui frequentatori di moschee Mahmoud Ahmadinejad ha fatto ieri man bassa di voti.

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