«Mai affermato che riconosceremo lo Stato d’Israele»

Gian Micalessin

Sulle prime ci cade persino qualche esponente del governo israeliano. «Forse iniziano a parlare un altro linguaggio», abbozza il ministro di Gabinetto Meir Sheetrit dopo aver letto l’intervista al Washington Post di Ismail Hanyeh. In quell’intervista il candidato premier di Hamas sembra pronto alla svolta. Pronto a concedere il riconoscimento d’Israele non appena il nemico s’impegnerà a «dare uno stato al popolo palestinese e a restituirgli i suoi diritti». Ma l’illusione di un Hamas pronto allo storico riconoscimento dura lo spazio di una mattina. Subito dopo aver letto la frase attribuitagli dal quotidiano statunitense, il leader fondamentalista convoca una conferenza stampa e smentisce tutto.
«In quell’intervista non ho assolutamente parlato di riconoscimento d’Israele. Hamas - ripete Hanyeh – potrà accordarsi su un cessate il fuoco di lunga durata solo se l’invasore si ritira da tutte le terre occupate nel ’67, Gerusalemme compresa, rilascia i prigionieri e permette il ritorno dei profughi. Solo allora potremo parlare di pace a tappe».
Nella foga di smentirsi il leader di Hamas finisce persino con l’irrigidire la posizione del gruppo. Nella rettifica anche la tregua di lunga durata che, fino a ieri sembrava poter essere decretata immediatamente, viene subordinata al ritiro. A negare le parole di Hanyeh sono intervenuti ieri anche i portavoce di Hamas e il capo dell’ufficio politico in esilio, Khaled Meshaal. «Nessuna delle dichiarazioni dei capi di Hamas prevede un riconoscimento d’Israele». La palla in questo momento - ha chiarito Meshaal - è nelle mani degli israeliani, spetta a loro riconoscere i diritti dei palestinesi e ritirarsi dai territori occupati, poi Hamas e i palestinesi decideranno la propria posizione».
Meshaal ha anche liquidato come inutili le dichiarazioni del presidente palestinese Abu Mazen che nel corso di un’intervista aveva dichiarato di esser pronto alle dimissioni se Hamas gli impedirà di riprendere il suo lavoro negoziale. «Non c’è bisogno di minacciare le dimissioni finché esiste la possibilità di raggiungere un accordo, noi – ha detto Meshaal - siamo pronti a collaborare con il presidente palestinese, non però a farci imporre le sue condizioni».
Un duro attacco a Mazen è arrivato anche da parte israeliana. Il ministro degli Esteri signora Tzipi Livni - riprendendo un aggettivo utilizzato da Ariel Sharon nei confronti di Yasser Arafat – ha definito «irrilevante» il presidente palestinese. «Non può presentarsi - ha detto - come il volto rispettabile dell’orrendo terrore nascosto alle sue spalle».