Mai dire: «Ha già vinto» Ho sfidato il malaugurio

M i capita spesso di assistere agli arrivi delle gare al fianco del nostro prezioso collaboratore Pier Augusto Stagi. Mi è ancora possibile restarci dopo aver accettato una sua condizione tassativa: smetterla di dire «ha vinto» quando un italiano è lanciato da solo verso il traguardo (per i meno pratici del ramo, è come gridare «gol!» quando un attaccante si presenta solo davanti al portiere). Lui dice che non lo si deve mai fare fino a quando il traguardo non è stato tagliato. Mai, per nessun motivo. E spesso ha avuto ragione... Anche quella domenica, a Salisburgo, eravamo uno di fianco all'altro sul rettilineo lungo il quale si decideva il campionato mondiale. Quando ho visto Bettini infilarsi come un kamikaze in quell'ultima curva assassina, beffando un cliente difficile di nome Zabel, non sono riuscito a trattenermi: «Ha vinto». Lui - Stagi, non Bettini - mi ha guardato con occhi carichi di odio. Mancava ancora qualche centinaio di metri. Ho temuto molto: per Bettini, certo. Ma anche per me. Invece, quel giorno, il toscanello era talmente forte, più forte di tutto e di tutti, che ha vinto davvero. Più forte anche di me.