«Mai dire intellettuale»: quando critica fa rima con Gialappa's

Il «peccato originale» dell'ultimo pamphlet di Alfonso Berardinelli.

ROMA - «Gli intellettuali sono un'ampia e varia categoria di professionisti o artisti del pensare e del sapere. I filosofi ne fanno parte».
Il critico letterario Alfonso Berardinelli in «Che intellettuale sei?» (Nottetempo, 95 pp., 7 euro) cerca di scompaginare le certezze attraverso una catalogazione che arriva ai confini dell'autoparodia. La raccolta di scritti, alcuni comparsi sul «Foglio» e sul «Sole 24 Ore», ha l'intento di «mettere tra virgolette» la funzione socio-politica dell'intellettuale nella contemporaneità.
Il problema, come spesso sostiene Aldo Grasso sul «Corriere» quando è costretto a punzecchiare i suoi amatissimi Gialappa's, è proprio la «messa tra virgolette», il replicare qualcosa che è già accaduto, il commento, l'ironia hanno un effetto diacronico che restituisce la profonda miseria dalla quale si vorrebbe prendere le distanze. In fondo, la critica letteraria e anche quella filosofica sono un po' così. Come «Mai dire Grande Fratello»: non ci vuol molto a sentirsi migliori degli inquilini della Casa, il successo del programma è proprio il vellicare il nostro innato complesso di superiorità. Le chiose dei Gialappi sono, perciò, superflue, ridondanti.
Il fine della critica (il «Kulturstreit» purtroppo non gode di buona salute) è il medesimo: vellicare lo smisurato egotismo del critico-intellettuale dinanzi alla «pro-duzione» o all'opera d'arte. E quindi il pamphlet di Berardinelli non riesce a emendarsi di questo «peccato originale». La stessa tripartizione dei filosofi in Tecnici, Critici e Metafisici per tipizzare gli intellettuali per eccellenza è sì un buon espediente per riassumere la «Geschichte der Philosophie», ma alla fine si scontra con il luogo comune, con quello che Heidegger avrebbe chiamato il «das Man». Ai Tecnici, dei quali fanno parte sociologi ed economisti, manca la «Cosa essenziale» che hanno i Metafisici i quali però sovente si sono arrestati dinanzi alle grandi antinomie del criticismo kantiano. Ai Critici resta il buon senso della gente comune.
Un buon senso che è anche «ek-stasis» e che alla fine si risolve in una ricerca di potere, di influenza. Insomma, in un gioco delle parti nel quale tutti più o meno escono sconfitti. Tutti tranne uno: il grande gioco della letterarietà che sarà anche malata ma alla fine si ciba dei suoi stessi rimandi.
Ecco perché alla fine viene da pensare ad Aldo Grasso e alla sua avversione per il kitsch marzulliano, colpevole di nutrirsi dell'immagine senza porre una domanda, senza affrontare l'ontologia. È tutto nella definizione riportata all'inizio e nelle parole «categoria», «professionisti» e «sapere». Il peccato originale è tripartito anch'esso: la categorizzabilità, la professionalità e dunque la riproducibilità e la scienza cioè il «sàpere» di Bruno e Campanella. La critica si nutre del misticismo con il quale il «buon selvaggio» si rapporta all'appropriazione traspropriante di una qualsiasi «techne». E alla fine cede all'«auctoritas» dell'esperto di qualsiasi cosa, di colui che se ne intende.
Un buon motivo, dunque, per non indulgere dinanzi alla deriva horkheimeriana di Berardinelli, troppo preso dall'«ampia e varia categoria» per porre egli stesso la domanda: «Perché l'Essere e non il Nulla?».