Mai stati così vicini al lontano West

Il film di Ang Lee «Brokeback Mountain» rilancia un genere (anche letterario) che sembrava moribondo

Gli scorci dei monti selvaggi del Wyoming o delle lande desertiche del Texas mostrati a profusione nei film I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee e Le Tre Sepolture di Tommy Lee Jones non bastano certo a fornire la prova di una rinascita del genere che più di ogni altro ha rappresentato l’immaginario americano. Eppure qualcosa si muove. Ci volevano davvero un cinese che racconta una storia invero non molto virile, secondo i canoni del vecchio, tradizionalista West, e un hippy con cappellone, stivali a punta e un occhio disincantato sulla terra di confine?
È vero: il western da tempo al botteghino non godeva di ottima salute, ma nonostante ciò, scrittori, musicisti e fotografi non hanno mai smesso di nutrirsi di sogni di frontiera, libertà e natura selvaggia. In fondo, finché esisterà un vaccaro oltre il Missouri, il West non smetterà di chiamarsi tale e il western continuerà a rappresentare una delle poche cose intimamente americane che questa nazione vanta.
I segreti di Brokeback Mountain è una pellicola realizzata sulla base della sceneggiatura che Larry McMurtry, premio Pulitzer, ha tratto dal racconto di Annie Proulx, altra premio Pulitzer. Una storia di amicizia virile e di omosessualità contrastata, sullo sfondo di una terra selvaggia, di una gretta mentalità di provincia, una povertà economica e un vuoto umano a tratti sconvolgenti. Pensare che davvero possa rappresentare un nuovo spartiacque - al di là del numero di Oscar - è mera illusione. «Una storia di checche», com’è probabile l’abbia definita qualche cowboy uscito disgustato dalla sala dopo il primo abbraccio, non può certo ribaltare una tradizione fondata su valori principalmente maschilisti. Per chi abbia familiarità con grandi classici che si fondano su coraggio, amicizia, lealtà, violenza, famiglia e morte, non c’è tanta differenza, solo che certi temi non si toccano oppure si sfiorano. Certo, non è un western classico. Eppure Larry McMurtry il Pulitzer lo ha vinto proprio per una saga western crepuscolare, Lonesome Dove, uno dei più grandi affreschi della frontiera americana. La sua assenza nell’editoria italiana è un delitto letterario, così come è un vero peccato che non sia mai stata portata sui nostri schermi la serie televisiva che ne è stata tratta e che vale le migliori pellicole del genere, con attori del calibro dello stesso Tommy Lee Jones e Robert Duvall.
Ma prima dei film western è esistito il romanzo western. Non ha tutti i torti chi pensa che il romanzo sia stato soppiantato dal film. In fondo, storie che narrano di uomini in lotta con la fame e la sete, le malattie, gli indiani, fuorilegge e potenze della natura sono meglio rappresentabili con le immagini. Ma una buona storia è sempre una buona storia e gran parte dei film western più celebri sono l’eccellente trasposizione di altrettanto eccellenti romanzi. Ce lo ricorda un libro come Western a cura di Gabriele Lucci (Electa), non un saggio critico ma una raccolta «ragionata» di schede sui film e i protagonisti che hanno fatto la storia del western. Corredato di splendide fotografie, a colori e in bianco e nero, fa sapiente riferimento anche ad alcuni grandi romanzi che hanno ispirato i film. Si sente davvero la mancanza di un’opera analoga che consigli ai lettori italiani qualche classico immancabile e qualche nuova leva. Bisognerà per il momento farsi bastare il nuovo lavoro di Cormac McCarthy, No Country for Old Men, di prossima uscita in Italia. È un Texas di confine, il Texas degli anni Ottanta, insanguinato dalla guerra per il controllo del traffico di droga. Ma l’atmosfera, i valori e la caratterizzazione dei personaggi sono pur sempre quelle del West. È su penne come la sua, piuttosto che sui più rigorosi continuatori della tradizione, che il genere punta per trovare nuovi adepti in Europa, dove il romanzo western vive tuttora dei fasti di Lous L’Amour, un abile narratore, anche se a tratti un po’ banale. La trilogia del confine di Cormac McCarthy, con il romanzo Cavalli Selvaggi sopra tutti, prende i gloriosi stereotipi, li rimescola e ne condensa l’anima in pagine che debordano nella poesia. E il rimescolamento delle carte, a metà fra tradizione e anarchia, è uno dei cardini dell’opera di Joe Lansdale e James Lee Burke che compiono ripetute incursioni nel genere.
Purtroppo, non tutti i loro romanzi western sono disponibili. Più facile leggere qualcosa di Tony Hillerman, autore di una serie di thriller ambientati in una riserva Navajo e fortemente descrittivi di un mondo e di una cultura che sono sinonimo di West. Joe Leaphorn è il suo interessante poliziotto: mezzo Navajo, mezzo americano. Ci sono anche autori come il canadese Fred Stenson (Lightning, la sua saga sullo spostamento delle mandrie tra Wyoming e Canada, è un saggio di abilità descrittive e dialoghi serrati) e Mike Blakely, purtroppo mai tradotto in italiano, che con romanzi come Comanche Dawn e Shortgrass Song ripropone magistralmente gli elementi che hanno segnato il successo della grande epopea americana. Anch’egli del Texas, Blakely rappresenta la continuazione della tradizione, nel solco di grandi maestri come Owen Wister, autore de Il Virginiano (da cui l’omonimo film del 1946), Elmer Kelton, Zane Grey, e Jack Schaefer, celebre soprattutto per avere scritto il romanzo Shane, da cui fu tratto il film Il cavaliere della valle solitaria con Alan Ladd, uno dei più bei film western mai realizzati con i suoi echi biblico-shakespeariani.
Si può davvero sperare che l’ottima risposta di pubblico ottenuta da una serie televisiva come Deadwood - nella quale il canale HBO ha rimesso in campo la forza di Hollywood al servizio del western televisivo di qualità - faccia da apripista a una nuova stagione di grandi romanzi e, soprattutto, spinga i nostri editori a pubblicare o ripubblicare i grandi classici e gli autori contemporanei che mancano sui nostri scaffali. Nel frattempo, ci sono autori italiani che pur non scrivendo romanzi apertamente western si misurano con un ambiente e una storia che con il West sono imparentati: il Messico e il Texas del 1859. Valerio Evangelisti, ad esempio, lo fa con Il Collare di Fuoco, appena uscito da Mondadori. In fondo, il West continua a esercitare il suo fascino. Come dice Robert Duvall: «Gli inglesi hanno Shakespeare, i francesi Molière, i russi Cechov, noi le grandi praterie».