«Mailat era ubriaco e in preda all’ira»

Un delitto scellerato e odioso, quello di Giovanna Reggiani, causato dalla combinazione di due fattori: ira e ubriachezza. Se la sera del 30 ottobre del 2007 Romulus Mailat non fosse stato in preda all’alcool e furibondo per un violento litigio con un connazionale, forse le cose sarebbero andate diversamente, magari la signora Reggiani sarebbe stata solo rapinata della sua borsa e se la sarebbe cavata con qualche livido. Invece - scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza che lo scorso 29 ottobre ha condannato il romeno a 29 anni di carcere - l’imputato era «completamente ubriaco» quando si diresse verso la stazione di Tor di Quinto in cerca di qualcuno da depredare e per di più era «carico di aggressività» perché aveva appena litigato «violentemente» con il suocero Dorin Obedea.
È agghiacciante nella sua crudezza la ricostruzione che la III Corte d’Assise fa dell’omicidio avvalendosi delle dichiarazioni di ben due testimoni oculari - Obedea e Emilia Neamtu - e dei dati oggettivi acquisiti dalla polizia. Eppure i giudici decidono che, nonostante tutto, è possibile concedere le attenuanti generiche perché Mailat era incensurato e vissuto in un «ambiente degradato». E poi perché - la Corte lo ricorda - «la pena deve tendere alla rieducazione del condannato». Niente ergastolo, dunque, ma la pena massima prevista per l’omicidio. Investigatori e medico legale hanno delineato con esattezza le fasi e i luoghi dell’aggressione e tali risultati sono stati confermati da quanto raccontato dai testimoni. I segni dei colpi, di una violenza selvaggia e tutti provenienti dalla stessa direzione, hanno convinto i giudici che ad uccidere la Reggiani sia stata una sola persona, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa di Mailat. Tanta cattiveria nei confronti di una donna sola e non particolarmente forte sarebbe stata inutile se gli aggressori fossero stati più d’uno. La Corte si sofferma poi sulla discussa attendibilità della supertestimone Emilia che, secondo l’imputato, avrebbe coperto suo figlio, il vero assassino. «Appare davvero singolare - si legge nelle motivazioni - il comportamento di una madre che per coprire l’omicidio commesso dal figlio si adopera disperatamente per fare intervenire la polizia invece di allontanarsi al più presto e in silenzio dal luogo del misfatto».
Ma ecco come i giudici hanno ricostruito il delitto. «Mailat si avvicina alla stazione di Tor di Quinto, ubriaco, guardato a vista da Obedea, con il quale ha appena litigato. Era stata la madre dell’imputato, avvertita dell’accaduto, a pregarlo di prevenire eventuali atti inconsulti del figlio. Mailat raccoglie per terra un bastone e si pone in attesa di qualche passeggero sceso dal treno. Obedea, che si trova aldilà della rete di recinzione che costeggia la strada percorsa da Mailat, nel frattempo imboccata dalla signora Reggiani, lo invita a desistere da cattive azioni, ma Mailat lo azzittisce e gli ordina di acquattarsi. Obedea obbedisce. Quando la signora Reggiani arriva nei pressi di Mailat questi le afferra la borsa, ma non riesce a sottrargliela perché la donna oppone fiera resistenza e comincia a gridare. Ne nasce una colluttazione. Mailat, non riuscendo ad averne ragione a mani nude, afferra il bastone e la colpisce con tutte le sue forze sulla fronte, abbattendola al suolo e impadronendosi della borsa. Nel frattempo Obedea, spettatore impotente, si avvicina alla rete e Mailat gli getta la borsa oltre la recinzione, ordinandogli di prenderla e di “sparire” facendo attenzione a non far cadere nulla del contenuto. Obedea obbedisce e si allontana, lasciando la vittima in balia dell’altro che, lontano dal suo sguardo, stringe un laccio al collo della donna tramortita fino a renderla esanime, le scopre un seno, le abbassa i pantaloni fin sotto all’inguine e le toglie gli slip, dopo averli rotti per sfilarglieli senza toglierle i pantaloni». Per l’avvocato Piero Piccini, difensore di Mailat, «è una motivazione di una semplicità sconcertante che lascia interdetti».