Maj Sjöwall: "Così nacque il Maigret del Nord"

Intervista alla scrittrice svedese creatrice, con il marito Per Wahlöö, dell’ispettore Beck. "Negli anni Settanta da noi la vita privata dei poliziotti era quasi un tabù"

È universalmente riconosciuta come la mamma del noir scandinavo e a 73 anni la scrittrice svedese Maj Sjöwall (che domani sarà al Festivaletteratura di Mantova), con il ciclo di dieci romanzi da lei siglato in coppia con Per Wahlöö, è ancora la punta dell’iceberg dei thriller nordici che in questi anni tanta attenzione stanno raccogliendo a livello internazionale.

La saga poliziesca dell’ispettore Martin Beck (uscita fra il ’65 e il ’75) non ha infatti subito l’usura dei tempi, come potranno scoprire i lettori di romanzi avvincenti come Roseanna, Un assassino di troppo, L’autopompa fantasma, L’uomo al balcone, Il poliziotto che ride e Omicidio al Savoy. Titoli che ci mostrano una Svezia inedita e che ne raccontano piccoli e grandi crimini attraverso gli occhi di un poliziotto rigoroso e disincantato come l’ispettore Martin Beck, affiancato da una colorita corte di colleghi come Sten Lennart Kollberg, Evald Hammar e Åke Stenström. Le avventure costruite dalla coppia di narratori scandinavi sono state riproposte con successo da Sellerio su suggerimento di Andrea Camilleri che aveva scoperto queste storie poliziesche nella loro prima edizione italiana di Garzanti risalente agli anni Settanta. Ancora oggi Sjöwall e Wahlöö spiccano nelle classifiche internazionali: scorrendo la recente classifica di Time dedicata ai giallisti più letti al mondo, figurano al dodicesimo posto. Già nel ’73 la coppia aveva ottenuto notevole successo di pubblico in Italia conquistando il premio Gran Giallo di Cattolica con Il poliziotto che ride.

E a proposito di come nacque questa fortunata serie di avventure gialle nel periodo in cui in Svezia andavano per la maggiore solo le storie della prolifica Maria Lang (considerata all’epoca la Agatha Christie del Nord Europa) Maj Sjöwall ci confessa: «All’inizio degli anni Sessanta l’editoria svedese non contemplava una produzione significativa di romanzi gialli. In libreria c’erano pochi polizieschi e quei pochi non avevano mai per protagonista un poliziotto, piuttosto persone comuni che si improvvisavano investigatori. L’arrivo di Martin Beck sulla scena letteraria del crimine è stato un evento originale e innovativo: per la prima volta il protagonista di un giallo era un poliziotto e per di più descritto in modo assolutamente realistico. Con il suo lavoro, la sua vita famigliare, i suoi problemi quotidiani».

È stato facile costruire un poliziotto del genere? E perché secondo lei Beck è stato così spesso accostato a Maigret?
«Ovviamente io e Per abbiamo letto Simenon. Ma non abbiamo mai preso spunto dal suo Maigret per il nostro Martin Beck. La costruzione del personaggio di Beck è stata un’operazione molto difficile. Negli anni Sessanta la polizia non aveva l’abitudine di comunicare con televisioni e giornali, né era possibile sapere come svolgeva le proprie indagini. Ci siamo basati sulle poche informazioni disponibili per arrivare a delineare un personaggio di fantasia, ma così reale che addirittura tre commissari allora in servizio dichiararono alle tv di essere loro i modelli ai quali ci eravamo ispirati! Agli esordi a molti critici non piacque l’idea che la vita privata di un tutore dell’ordine fosse colta in ogni aspetto».

Il sottotitolo originale di tutta la vostra serie è Romanzo su un crimine. Quanto è forte la componente sociale nelle vostre storie?
«Il nostro vero obiettivo era formulare un atto d’accusa severo e puntuale al modello svedese di socialdemocrazia. Un progetto, da completare in dieci anni, composto da dieci opere per denunciare un unico crimine, quello perpetrato dai socialdemocratici a danno dei lavoratori svedesi».

Come le è sembrato il film hollywoodiano L’ispettore Martin ha teso la trappola, diretto da Stuart Rosemberg nel ’74 in cui il vostro eroe venne interpretato da Walter Matthau?
«Matthau è un grande attore e il suo Martin Beck mi è piaciuto moltissimo. Tuttavia quando un libro diventa film la trama originale subisce sempre delle variazioni. Per esempio l’ambientazione del film è San Francisco e non Stoccolma, e nei nostri libri la capitale svedese è importante quasi quanto un coprotagonista. Anche la trama si allontana dall’originale, ma se vuoi che i film assomiglino ai libri forse è meglio non scrivere libri ma sceneggiature».

È vero che è stata lei far tradurre per prima i romanzi di una sua fortunata connazionale come Anne Holt?
«Pare di sì. Lavorando come lettrice presso la casa editrice che poi l’ha pubblicata, caldeggiai l’edizione dei suoi libri. Così, mi chiesero di tradurla».

Perché in questi ultimi anni i gialli nordici stanno riscuotendo così tanto successo, da Mankell a Nesbø, dalla Holt a Larsson, da Persson a Nesser? Che cos’hanno in più rispetto al modello anglosassone?
«È un fenomeno straordinario. Oggi però il giallo scandinavo va ben oltre questi grandi autori. C’è addirittura una produzione eccessiva di polizieschi. Non escluderei che non ci siano più cittadine svedesi disponibili per ambientarci un nuovo giallo. Ormai ogni villaggio ha un commissario protagonista di qualche romanzo».

Non ha mai pensato di scrivere una nuova avventura di Beck?
«Era un progetto ben definito. Dieci libri in dieci anni. Quando abbiamo scritto l’ultima pagina dell’ultimo libro abbiamo realizzato il nostro obiettivo».