Il mal francese tra Bin Laden e Cesare Battisti

Massimo Introvigne

La Francia - lo dimostrano le reazioni alla visita di Condi Rice a Bruxelles - si sente estranea alla guerra mondiale al terrorismo. Specialisti dell'islam per altri versi bene informati, come François Burgat non resistono alla tentazione di presentare perfino quella di Bin Laden come una «contro-violenza» in qualche modo comprensibile. Di questa anomalia francese si capisce molto leggendo Génération Battisti, il best seller appena uscito del giornalista del Figaro Guillaume Perrault.
Il caso è noto. Delinquente comune reclutato in carcere dal terrorismo rosso, Cesare Battisti fra il 1978 e il 1979 commette personalmente due omicidi ed è complice di altri due. Arrestato nel 1979, è liberato nel 1981 da un assalto dei suoi compagni al carcere di Frosinone. Fugge in Messico, poi in una Francia assai tollerante verso i «combattenti comunisti» italiani, dove Battisti diventa autore di gialli ispirati alla sua stessa carriera di terrorista. Con l'ingresso della Francia nel sistema Schengen, la sua posizione si fa pericolosa. Dal 2000 il ministero della Giustizia italiana ne reclama l'estradizione. Quando questa sembra probabile - sarà infatti concessa nel 2004, ma Battisti vi si sottrarrà con la fuga - una gigantesca mobilitazione nazionale contro il rischio che uno «scrittore francese» sia consegnato alla «vendetta di Berlusconi» coinvolge non solo la sinistra ma anche intellettuali e politici di destra, nonché quasi tutta la stampa. Leggende urbane sull'innocenza di Battisti, palesemente false, sono ripetute da ministri della Repubblica francese. Non serve neppure che Piero Fassino (che come ministro della Giustizia per primo aveva chiesto l'estradizione di Battisti), Luciano Violante e Giancarlo Caselli - notato, invece, il silenzio di Romano Prodi - diano più o meno gentilmente degli imbecilli ai francesi. Battisti spiega in televisione che il terrorismo rosso ha protetto gli italiani sia dal fascismo della Dc che dallo stalinismo del Pci, e gli intellettuali continuano a credergli. Il sindaco di Parigi fa «adottare» Battisti dalla sua città. Si tratta di quello stesso Delanoë, militante omosessuale, che rifiuterà il diritto di cittadinanza a Parigi a un altro condannato da giudici romani, Gesù Cristo, ingiungendo al cardinale Lustiger di rimuovere una croce eretta sul sagrato di Notre Dame. Fra Cristo e Barabba, anche Parigi sceglie Barabba.
Perrault trova le radici di tutto questo nel mito della Rivoluzione francese. Già nel 1937, giustificando il terrore staliniano, l'accademico socialista Victor Basch dichiarava: «Anche la nostra Rivoluzione ha fatto scorrere il sangue di migliaia di innocenti, ma preferiamo la Rivoluzione con i suoi crimini all'assenza di crimini senza Rivoluzione». E nel 1961 Jean-Paul Sartre giustificava le stragi di Mao affermando che «le Rivoluzioni hanno il diritto di dare la morte. Anzi, i rivoluzionari del 1793 probabilmente non ne hanno uccisi abbastanza». E tuttavia né Basch né Sartre hanno mai impugnato un fucile: la Francia del XX secolo ha prodotto tutto sommato pochi terroristi. Proprio qui, secondo Perrault, sta il problema: vergognandosi di avere fatto rivoluzioni solo a parole, gli intellettuali francesi provano un complesso d'inferiorità nei confronti di chi spara davvero, da Battisti a Bin Laden. E poiché nella Francia laicista gli intellettuali sono i veri sacerdoti del potere, anche i governi ne subiscono l'influenza. Un problema per il resto dell'Europa, non solo per Condi Rice.