Malacalza, il gigante che vuol guidare la lotta dei piccoli

Riparte la corsa per guidare gli imprenditori genovesi Ma, oltre alle risse sullo statuto e ai litigi sui media, c’è un mondo che pensa solo a lavorare seriamente

(...) cui i rapporti sindacali - anche quando sono durissimi - hanno un solo obiettivo: quello di remare uniti per il bene dei lavoratori e dell’azienda. In una parola, un imprenditore, appunto. Poi, mi rendo conto che forse ho una visione dell’impresa magari un po’ vecchia, magari legata al modello fordista, magari non troppo vicina al terziario avanzato. Ma, per me, l’imprenditore è «quella roba lì»: uno che ha idee, intuizioni, che rischia, che dà lavoro, che crea sviluppo e che è giusto che faccia utili. Insomma, quelli che mandano avanti l’Italia.
Sembrerebbe una precisazione quasi superflua, ma è bene farla. Soprattutto in un Paese, in una città e in una Regione dove la dizione «imprenditore» comprende un po’ di tutto: dalle imprese assistite e parassitarie a quelle che sono tali sono in occasione del rinnovo delle cariche sociali delle associazioni di categoria, fino a quelle che operano quasi in regime di monopolio o che godono di una rendita territoriale, perchè soprattutto a Genova, gli spazi sono quello che sono. E quindi uno spazio, a volte, vale più di un’idea. Un metro quadro, a volte, vale più di un’intuizione geniale.
Ecco, in questo quadro - al di là sul giudizio sul competitor Giovanni Calvini, erede di un’impresa serissima e forte come la Madi Ventura, una delle leader nel mercato della frutta secca - ci vorrebbero uno, dieci, cento, mille Malacalza. Con la sua capacità affabulatrice di Bobbio, provincia di Piacenza che profuma ancora di Gorreto e di Liguria; con la sua abilità nel saper giocare quasi un poker dialettico con i suoi interlocutori economici e politici; con la sua storia e i suoi bilanci; persino con le sue acquisizioni e vendite, che ogni volta farebbero pensare che è il passo d’addio e che, invece, ogni volta, sono un nuovo inizio.
Per questo e per mille altri motivi, credo che Vittorio Malacalza sia l’uomo giusto per guidare Confindustria Genova. Ne ero convinto l’anno scorso e non mi pare che un anno in più di presidenza Bisagno abbia aggiunto o tolto nulla a quello che si sapeva dell’associazione di via San Vincenzo. Il mio è un giudizio personale e assolutamente opinabile, per carità, e rispetto assolutamente anche il parere di tutti coloro che pensano che la presidenza Bisagno sia stata ottima e abbondante, pronta a passare alla storia di Confindustria e che il popolare Marco sia il vero erede di Angelo Costa. A me è sembrato un anno di perfetta continuità con gli altri, senza infamia e senza lode, soprattutto senza lode. Come dire? un po’ omeopatico. Con qualche medaglietta positiva particolare: ad esempio, i giovani alla guida di alcune sezioni - penso ad esempio a Francesco Berti Riboli nel settore sanitario o a Mario Giacomazzi in quello immobiliare, ma potrei fare anche altri nomi - stanno lavorando molto bene.
Credo che, dopo il prolungamento del mandato, l’attuale presidente sarebbe uscito in trionfo, fra gli applausi di tutti e con la proposta di statue equestri nei cortili di tutte le imprese genovesi se avesse lasciato in anticipo: da vincitore. Invece, per l’appunto, anche quest’anno non ha aggiunto molto. E vicende come l’ultima della legittimità o meno di Stefano Zara a far parte dei «saggi» per designare il nuovo presidente mettono una certa tristezza. Al di là delle ragioni e dei torti e persino al di là delle dichiarazioni dell’esercito zarista in rotta contro i suoi vecchi sponsor, con parole ingenerose nei confronti di Duccio ed Edoardo Garrone, a cui tutto si può dire, ma certo non fare lezioni di impresa e di vita associativa. Insomma, niente di particolarmente bello.
Quello che invece è particolarmente bello è il progetto di Malacalza. Che prescinde dai soliti noti. Che non dimentica realtà importantissime per la città come la galassia Finmeccanica. O Fincantieri, di cui troppo spesso si sottovaluta il peso, occupazionale e di beneficio alla città, ci torneremo. Ma che, soprattutto, è tutto teso ai piccoli imprenditori e alla loro tutela. Malacalza ha in mente un progetto che tiene conto della specificità della piccola impresa e che sa che è la spina dorsale del nostro Paese. Un progetto che si integra bene con quello del governo, con le capacità pragmatiche di Claudio Scajola e con quelle anche filosofiche di Giulio Tremonti.
A me, quel progetto, affascina. A me, sembra imprenditoria vera. E, chiunque vinca la battaglia di Confindustria, cosa che mi interessa fino a un certo punto, spero che vinca questo progetto. Al di là del piccolo cabotaggio, dei litigi e delle chiacchiere da paese.