Malacalza, lectio magistralis

(...) deve essere la fotografia di tutta la regione e non solo di Genova. Ma, proprio per questo meccanismo, capita di alzare la mano ed approvare un nominativo sulla fiducia, credendo al ritratto assolutamente positivo che ne fanno gli altri giurati, ma senza sapere se davvero il nome è degno del premio. Pensando fra sè e sè: «Signore, perdonaci, perchè non sappiamo quello che facciamo».
Per quanto mi riguarda, quest’anno, se possibile la fiducia negli altri giurati è ancora più sconfinata, visto che le uniche riunioni della giura del premio regionale ligure 2009 si sono svolte in luglio, mentre ero in vacanza, e quindi il mio apporto è stato solo via mail o per telefono, con costanti consultazioni con il buon Morchio e i suoi uffici e gli uomini della Fondazione Regionale guidati dall’insostituibile Donatella Buongirolami.
Risultato. Come sempre, alla fine, devi essere felice se - nel gioco delle alchimie fra una donna savonese, un giovane sarzanese, un prete della Fontanabuona e un musicista sanremese - riesci a piazzare qualcuno dei nomi che hai in mente. E del mio nome di quest’anno sono particolarmente orgoglioso, visto che si tratta di Vittorio Malacalza, che fra l’altro non ho proposto in splendida solitudine come mi capita di solito, ma in simbiosi anche con altri giurati, senza nemmeno metterci d’accordo prima.
Devo dire che mai nome fu più azzeccato. E non solo per le notizie che arrivano da Milano, dove l’ingegnere di Bobbio è salito al 3,5 per cento di Camfin, la cassaforte di famiglia di Pirelli, con l’obiettivo di crescere ulteriormente prima al 10 e poi al 25 per cento. Ed è entrato nel consiglio della società di Marco Tronchetti Provera, uno dei salotti buoni della finanza italiana.
E non solo perchè Malacalza è uno che ha sempre il coraggio delle sue idee, come testimonia una volta di più l’intervista alla sua conterranea Maria Luisa Bressani, anche lei di Bobbio, di quella terra di mezzo che non è più Liguria e che non è ancora Emilia, se non sulle targhe «PC» delle automobili. Due risposte su tutte: «A Genova, nell’industria, mancano idee, progetti, amore per il rischio, per l’impresa. Si pensa sempre ad una rendita di posizione». Duro, durissimo, ma altrettanto terribilmente efficace.
E ancora, assolutamente in linea con il nostro articolo di sabato sulla canzone-metafora di Carmen Consoli, le parole perfettamente sovrapponibili a quelle di Malacalza: «Non si crea valore senza rischio. Non sono mai stato un giocatore, ma qualsiasi intrapresa prevede rischi. Invece a Genova si muovono solo quando sono sicuri di avere tutti i finanziamenti del caso. Questa città esprime lo star tranquilli, il gestire ciò che ti hanno lasciato». Carmen, invece, raccontava il giocatore che non si rassegna alle carte che ha in mano e rilancia pesantemente. Per la cronaca, abbiamo sentito Malacalza prima dell’uscita dell’album di Carmen. E il mio articolo sulla canzone-metafora è stato scritto prima di leggere l’intervista. Per farla breve: la pensiamo allo stesso modo, senza essercelo detto prima. E, a Genova, anche questo non è un particolare da poco.
Il resto, le altre parole che fanno capire come Malacalza sia uno di noi anche senza essere il nostro editore, nè avere nulla a che spartire con noi, escono da un’altra bella intervista di Teodoro Chiarelli alla Stampa. E, con tutto il rispetto per Chiarelli e per la nostra Maria Luisa, inizio a pensare che gran parte del merito sia dell’intervistato più che degli intervistatori, peraltro ottimi e abbondanti.
A partire dal racconto dell’ingresso in Camfin e dall’ipotesi di aumentare le quote della famiglia Malacalza a fianco di Marco Tronchetti Provera: «Se ci troveremo bene, noi e loro, andremo avanti. Salire per salire, poter dire che sono in un salotto che conta, non mi interessa. Non partecipo ai salotti buoni o non buoni. Certamente, il nostro investimento, mio e dei miei due figli Davide e Mattia, parte come investimento strategico e industriale, la finanza non mi interessa». E qui sta il punto: Malacalza non si diverte senza l’industria, senza il profumo del grasso delle macchine, senza il sapore fordista del lavoro, senza il prodotto davanti. Che c’entra poco o niente con la finanza: «Hanno detto e scritto di un mio interesse per Pirelli Re e l’immobiliare. Non hanno capito niente. Loro cercavano un partner industriale credibile. E io voglio fare industria». Significativo anche l’elogio riservato a Marco Tronchetti Provera: «Me lo descrivevano come un bon vivant, tutto barca e salotti. L’ho visto invece molto presente in azienda e sul business. Mi è piaciuto».
Perchè Malacalza è fatto così. Giudica affari, soci e persone a naso. Con un fiuto che raramente sbaglia, proprio come gli imprenditori d’altri tempi.
Persino l’ingresso nella galassia Pirelli è andato così. Malacalza stava selezionando un manager attraverso le classiche società che cacciano i migliori nei rispettivi settori e questo manager ha messo in contatto l’imprenditore di Bobbio con Tronchetti. Poi, l’incontro, roba che nemmeno Afef: «Ci siamo guardati negli occhi e dopo mezz’ora avevamo chiuso. Io credo che la scintilla negli affari o ti scatta subito, o dopo è inutile. Solo poi vengono i consulenti, gli advisor e gli analisti».
Ecco, se c’era un motivo per dare il premio a Malacalza, uno fra tanti - ad esempio essersi fatto da solo, ad esempio aver firmato un capolavoro come la vendita dell’acciaio della Trametal all’ucraino Achmetov, il patron della squadra di calcio-miracolo Shaktar Donetz, per 1,1 miliardi di euro (sì, avete letto bene), ad esempio essere uno dei Mecenati del Festival della scienza come dimostra l’impegno della sua holding Hofima l’anno scorso con i trenini volanti e quest’anno con il robottino Asimo - quel motivo è anche questo modo di ragionare.
Così alto e così poco genovese. Ma, come spesso accade a noi foresti ammaliati da questa città dalla bellezza straniante, pronto a regalare a Genova quello che i genovesi spesso non si regalano.
Amare Genova, amarla davvero, è qualcosa che sta nel cuore. Non nella carta di identità.