Malagiustizia, anche Pisapia dà ragione a Castelli

All’«Antipatico», il deputato di Prc ammette: «Errori giudiziari per ignoranza dei magistrati. I pm hanno troppo potere, il processo è ingiusto». Il guardasigilli: «Il giudice che sbaglia non risponde mai»

Stefano Zurlo

da Milano

Sul monitor scorrono le immagini, terribili, che documentano il dramma vissuto da Giampaolo Ragusa: 15 anni in carcere prima di essere scagionato e scarcerato. Sorpresa: Roberto Castelli e Giuliano Pisapia condividono in buona parte diagnosi e terapia per curare il malato giustizia. Per evitare il ripetersi di errori così clamorosi, per sveltire i processi che non finiscono mai, per correggere lo strapotere dei pubblici ministeri nelle aule. Il leghista Castelli è l’attuale ministro della Giustizia; Pisapia, deputato di Rifondazione, potrebbe essere il suo successore in caso di vittoria dell’Unione («ma non voglio fare il guardasigilli», mette le mani avanti l’interessato). Nel salotto di Maurizio Belpietro, nel corso del programma «L’antipatico» - in onda ieri sera su Rete 4 -, dialogano serenamente e cavallerescamente il ministro riconosce l’onestà intellettuale di Pisapia che, sorpresa numero due, su alcuni temi politicamente incandescenti, come la separazione della carriere, gli viene incontro.
Si parte con la faccia di Ragusa che per la prima volta si è concesso alle telecamere e quasi non crede di avere ritrovato la libertà. «Com’è possibile - chiede Belpietro - che in Italia accadano fatti del genere?». «Credo - risponde Pisapia - che il problema sia una corretta applicazione delle norme del codice di procedura penale, dei diritti e delle garanzie degli imputati. Perché se vi fosse un processo in cui si applicano correttamente le norme garantiste che sono nel nostro ordinamento, molto probabilmente gran parte di questi errori giudiziari si potrebbe evitare». L’analisi di Pisapia è in controtendenza rispetto a quelle più accreditate dalle parti dell’Ulivo. Ma il penalista va oltre: «Io credo che le norme, di per sé, garantiscano la limitazione massima, per quanto umanamente possibile, dell’errore giudiziario. Purtroppo però queste norme troppe volte vengono violate. Non dico dolosamente, ma per incuria, negligenza, ignoranza».
Insomma, detto con un gioco di parole: il giusto processo non è ancora un processo giusto. «È sbilanciato - aggiunge Pisapia - a favore del Pm e sicuramente non c’è ancora quella terzietà del giudice che, però, a livello di normativa, è prevista. L’articolo 111 della Costituzione che è stato approvato all’unanimità nella scorsa legislatura prevedeva espressamente la parità fra accusa e difesa e un giudice al di sopra delle parti, che però ancora non c’è».
Castelli gli dà ragione e allarga il perimetro del dibattito: i magistrati non rispondono quasi mai dei propri errori. «Relativamente alla responsabilità contabile dei ritardi della magistratura, la Corte dei conti non ha mai elevato accuse a magistrati, mentre è prontissima a farlo nei confronti dei ministri. Dunque i magistrati si difendono fra di loro. Secondo, io ho proposto che laddove sono coinvolti i magistrati, venga istituito un tribunale apposito attraverso un’apposita riforma costituzionale. Credo che sarebbe un passo avanti per evitare la cosiddetta "giustizia domestica"». Pisapia torna alla carica: «Bisogna mettere sullo stesso piano accusa e difesa. Il problema è che fino a oggi non c’era una specifica normativa che indicava quali fossero gli errori piuttosto che le condotte dei magistrati censurabili, quindi punibili». Castelli gongola: «Volevo sottolineare un fatto clamoroso ed eclatante: per la prima volta, dopo cinque anni, si riconosce che il ministro almeno una cosa giusta l’ha fatta». La criticatissima riforma dell’ordinamento giudiziario, varata fra gli strepiti dell’opposizione e gli scioperi - ben quattro, un record - della magistratura. «L’ordinamento giudiziario andava fatto per forza - spiega Castelli - perché non è mai stato scritto nella storia della Repubblica. Ci sono dei magistrati - aggiunge il guardasigilli provando ad esemplificare l’impatto della nuova norma - che lavorano sei-sette giorni alla settimana per dieci-dodici ore al giorno; altri magistrati che, invece, lavorano veramente poco. Ieri, prima della mia riforma, facevano carriera tutti allo stesso modo. Oggi qualcosa è cambiato perché nei concorsi per titoli la produttività è uno dei fattori fondamentali». Pisapia conferma: «Ci sono giudici, che si vedono in tribunale due volte la settimana. Su questo bisogna fare un controllo».
Certo, c’è ancora molto da fare. Basti pensare che un processo penale (dati relativi al 2004) dura in media 1.751 giorni e uno civile 2.179. Come rimediare? A volte basta poco: «Il presidente del tribunale di Roma Luigi Scotti - racconta Pisapia - alle nove del mattino passava negli uffici dei giudici, vedeva chi c’era e non c’era, lasciava un bigliettino di saluto per far capire che era passato». Risultato: la produttività della più grande cittadella giudiziaria d’Europa è aumentata del 30 per cento. Meglio della bacchetta magica. Non basta. E allora Castelli estrae dall’astuccio dei suoi «gioielli» la «notifica telematica», appena lanciata a Genova. Anche qua i numeri sono sbalorditivi: «Otto ore contro 15 giorni».
Ultimo tasto dolente: la separazione delle carriere. «La affronteremo - promette Castelli - attraverso una modifica costituzionale nella prossima legislatura». «Io credo che di principio ci debba essere - apre Pisapia - ma in questo momento sarebbe deleteria perché darebbe più potere ai Pm. Mentre noi dovremmo dare più potere ai giudici». D’accordo sì, ma non su tutto.